L’inutilità delle leggi sull’immigrazione e anacronismo del concetto di cittadinanza

Espatrio delle rondiniGli individui di qualsiasi specie animale si spostano in base alla presenza di risorse alimentari, nonché in base al loro adattamento ad un clima. Anche le specie non nomadi si adattano progressivamente alla modifica dei loro habitat e alla variazione della disponibilità di cibo. E’ una legge del mondo animale e, anche se con tempistiche più lunghe e maggiori difficoltà, è valida anche per la specie umana.

Già questo basterebbe a far capire come un’organizzazione rigida come lo Stato, nonché concetti come quello di cittadinanza, siano soltanto la proiezione di un nostro desiderio non realizzabile: vale a dire, quello di creare una “fotografia eterna” della nostra collocazione, una sorta di punto fermo che, in modo più o meno conscio, risulta sempre più necessario in una realtà che si evolve con ritmi non naturali. Per cui, l’Italia la amministrano gli Italiani, la Francia i Francesi e così via; e, se qualcuno ha la necessità di emigrare nel nostro Stato, si cerca di farlo entrare prendendo delle cautele e cercando di non sconvolgere più di tanto lo status quo e l’organizzazione.
In realtà, poi, basta l’esistenza di un popolo nomade, quindi per definizione senza un territorio predefinito, come i Rom, per capire che lo Stato e la cittadinanza sono  rappresentazioni estremamente parzialo dell’organizzazione e dell’interazione umana, estremamente inadeguate a gestire un popolo senza una sede stabile. Tra l’altro, questo è un indizio di inadeguatezza solo a breve termine.

I fenomeni migratori di ampia scala, quelli per cui si verifica un’emorragia più o meno lenta di abitanti dalle zone povere e con scarsità di risorse verso zone più benestanti (e non per forza straricche) sono una prova magari meno percepibile, nella sua dimensione globale, ma ancora più schiacciante. Pensare di poter regolare questi fenomeni con leggi umane rientra in quel tipo di illusione, o proiezione di desideri irrealizzabili che dir si voglia, menzionata in precedenza. Come già spiegato, l’adattamento alla disponibilità di cibo è una legge del mondo animale, molto più generica e molto più potente di qualsiasi nostra disposizione. Tentare di regolarla ha lo stesso senso e, a lungo termine, la stessa efficacia di:

  • vietare tramite leggi e accordi interazionali agli gnu di spostarsi da uno Stato all’altro all’interno della savana;
  • vietare tramite leggi e accordi interazionali alle balene di spostarsi nelle acque internazionali di un altro Stato in base alla presenza di plancton;
  • vietare tramite leggi e accordi interazionali il fenomeno dell’osmosi 😀 (quello per cui si creano automaticamente correnti d’acqua tra zone a bassa salinità e zone ad alta salinità).

Il motivo è semplice. Siamo animali. I nostri bisogni primari, in questo caso quello di nutrirsi, sono più primitivi e potenti di qualsiasi senso di legalità. La presenza di leggi, al massimo, frena o ritarda la loro manifestazione.

La formazione di Stati o, più in generale, di organizzazioni basate sull’amministrazione di un territorio definito da confini sono dovute al fatto che, ad un certo punto della nostra storia, siamo diventati stanziali. La stanzialità, in effetti, aveva i suoi benefici e, per essere sostenuta, richiedeva un minimo di organizzazione nello sfruttamento del territorio. Inoltre, era favorita dal fatto che il nomadismo e, in generale, gli spostamenti, avevano un “costo” (da intendere nell’accezione più ampia possibile) altissimo.

In una realtà in cui il “costo” degli spostamenti è sceso drasticamente, l’incremento dei fenomeni migratori è inevitabile. Vista la loro ineluttabilità, argomentata in precedenza, l’unica strada per il futuro non è quella di arroccarsi e cedere ad istanze localistiche. E’ vero, anche la paura del diverso e dell'”invasore” sono istanze primitive, tanto quanto il bisogno di nutrirsi. Fatto sta, i numeri messi in campo da un fenomeno migratorio sono sempre e comunque maggiori di quelli che, alla lunga, vengono scatenati dalla necessità di difendere un territorio.

Di conseguenza, il razzismo, il nazionalismo e, in generale, ogni forma di chiusura, vanno affrontati per quello che sono: delle comprensibili istanze di autodifesa, per natura inevitabilmente perdenti nel lungo termine. Per questo motivo, quando sento persone che affermano con orgoglio un’identità nazionale, oppure ostentano orgoglio per il luogo dove sono nati, come se ciò costituisse una fonte di merito o fosse frutto della loro volontà; oppure che, peggio ancora, utilizzano la categoria del “casa loro”, come se il territorio dove abitiamo fosse realmente “casa nostra”, per qualche recondita ragione di usucapione; bene, in quei casi, non riesco a fare a meno di provare un sottile sentimento di pena.

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Partecipazione alla vita politica vs. partecipazione alle decisioni

Mi sono imbattuto poco fa in questa analisi di Michele Serra, che verte sulle contestazioni alla Boldrini e che ritengo ineccepibile.

L’AMACA di Michele Serra

A questa analisi sento di dover aggiungere una riflessione, fatta pochi mesi fa e che, ultimamente, ripropongo spesso.

La colpa della disonestà della politica è nostra. Disinteressandoci ad essa e rinunciando, per pigrizia mentale, alla nostra funzione di controllo attivo e continuo nei confronti dell’operato del potere, abbiamo fatto in modo che la maggior parte delle persone politicamente attive fossero:

  1. militanti;
  2. disonesti.

Il militante è una persona appassionata ma, proprio perché appassionata e non semplicemente “interessata al tema”, tende troppo facilmente a tollerare compromessi e storture, allo scopo di ottenere il potere ed applicare la “propria” ricetta, vista come la migliore possibile. Del resto, la passione moltiplica la nostra efficacia ma riduce drasticamente la nostra capacità di giudizio.

I disonesti, invece, sono coloro che fanno di tutto per guadagnare dalla politica: mi riferisco a politici corrotti, imprenditori collusi, speculatori edilizi e compagnia cantante. Loro sono tanto più interessati alla politica quanto più guadagno possono ottenerne. L’assenza di una cittadinanza attiva e rompiscatole, ovviamente, favorisce di gran lunga il loro “lavoro”.

Il lavoro principale del politico è quello di mediare tra le istanze e produrre un compromesso accettabile e, quando è possibile, una “sintesi verso l’alto”. Se, però, lo lasciamo in balia delle istanze dei militanti e dei disonesti, rimarrà inevitabilmente vittima (o complice) dei loro strumenti di pressione. Quindi, l’unica arma a disposizione della cittadinanza è quella di diventare essa stessa uno strumento di pressione.
Per farlo, non serve sfociare nei massimalismi del M5S: “avere voce in capitolo” non equivale, per forza, a partecipare direttamente alle decisioni, soprattutto quando queste ultime richiedono competenze che non si hanno. Anche volendo passare dalla democrazia diretta alla democrazia liquida, rimane comunque il problema per cui, senza competenze sufficienti, non si hanno gli strumenti per decidere, con cognizione di causa, a chi delegare il nostro voto.

Di conseguenza, le decisioni devono essere prese con il consulto di persone competenti (i tecnici) e il processo decisionale va condotto dalle persone (i politici) che sanno come fare da intermediario tra i decisori e i destinatari di quella decisione (i cittadini).

Poi, più che partecipare alla decisione, la cittadinanza attiva vigila sul risultato e, in presenza di cattivi risultati, si organizza e si associa per far presente le proprie istanze, con gli strumenti che il nostro ordinamento già prevede, senza lasciarsi andare ad atteggiamenti tipo “ma figurate se ce danno retta” o “tanto è tutto un magna-magna”, tra il fatalistico e l’auto-assolutorio. Ripeto, il “magna-magna” ha due ragioni: operatori disonesti e cittadini che permettono loro di operare.
Riguardo a questo aspetto, il M5S ha avuto un effetto positivo e due negativi. Quello positivo è che, finalmente, ha reinnescato un meccanismo di partecipazione alla politica da parte della cittadinanza. Quelli negativi sono:

  1. Il fatto di ergersi ad unico rappresentante della società civile, quando, in realtà, la spinta partecipativa ha interessato tutte le forze politiche.
  2. Il fatto che, sull’onda dei massimalismi del capo, pretende che la militanza/cittadinanza prenda parte alle decisioni anche senza le dovute competenze. Ripeto, una cosa è far presenti le proprie istanze e vigilare sul risultato di una decisione; ben altra cosa, invece, è INTERVENIRE nella decisione, senza avere le competenze necessarie per farlo. Purtroppo, è un’idea di politica e partecipazione politica ancora più errata di quella che si cerca di sradicare.
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Nessuna legge elettorale attualmente discussa garantisce una maggioranza. Del resto, non dovrebbe neanche essere pensata per quello scopo.

Girovagando su Termometro Politico, mi sono imbattuto in questo post: http://www.termometropolitico.it/38172_simulazione-del-risultato-elettorale-con-legge-maggioritaria-doppio-turno-voluta-dal-pd.html , in cui viene pubblicato uno slideshow illuminante che prevede quale sarebbe la ripartizione dei seggi, , alla luce dei risultati delle elezioni del 24 e 25 febbraio, in presenza di una legge elettorale con doppio turno a livello dei singoli collegi uninominali. Il metodo di analisi e le assunzioni effettuate riguardo lo spostamento dei voti durante il ballottaggio sono delineati chiaramente e, soprattutto, le ipotesi alla base sono molto ragionevoli.

Nessuna legge elettorale proposta come alternativa al Porcellum, a quanto pare, garantisce governabilità. Questo, in realtà, non deve sorprenderci. La democrazia è, per sua natura stessa, l’arte del compromesso. Governare con una maggioranza assoluta è, ovviamente, molto più facile ma, in assenza delle cautele necessarie da parte di chi opera, diventa facilmente “dittatura della maggioranza”.

Purtroppo, negli ultimi venti anni, ci siamo cullati nell’illusione che questo sia il sistema di governo per antonomasia. Questo è vero solo nelle realtà inerentemente bipolari. L’Italia, con buona pace dei bipolaristi, è ancora multipolare. Inoltre, a conti fatti, il bipolarismo calato dall’alto, che induce l’elettorato a votare qualcuno solo per non far vincere l’avversario (oppure, in caso di alternative infime, ad astenersi), è una delle cause della crisi di rappresentatività, insieme ad una classe politica di scarsa qualità.

Ora, dato per assunto che siamo multipolari, ha veramente senso affidarsi a sistemi con premi di maggioranza robusti, e sperare nell’autocensura degli uomini che compongono tale maggioranza? O forse dovremmo tornare a considerare i compromessi e i governi di minoranza come la normalità? Nonostante, durante la Prima Repubblica, la durata media dei nostri governi fosse sotto i dodici mesi, sento anche che il ritorno ad un ordine di idee secondo il quale una maggioranza non può applicare in toto la propria idea di Paese, per il semplice fatto che è costretta a negoziare con chi la pensa diversamente da lei, non sia un fatto così negativo. Anzi, potrebbe essere un avanzamento di civiltà, se non addirittura un RITORNO a livelli di cultura politica che non tocchiamo da tempo.

Inoltre, c’è anche un’altra temperie da scardinare. Non ha senso dibattere a posteriori sull’efficacia delle leggi elettorali ed indicare come migliori quelle che garantiscono la maggioranza. Con questo sistema, banalmente, le leggi migliori sono le “leggi truffa”, che garantiscono premi di maggioranza bulgari. L’unico criterio di valutazione deve essere la rappresentatività, possibilmente con un compromesso sensato tra la rappresentatività regionale e quella nazionale, unito ad un rapporto sensato tra seggi e dimensione del corpo elettorale. Poi, dato che siamo multipolari, l’assenza di una maggioranza assoluta sarà la normalità e la ricerca del compromesso a posteriori sarà la prassi, con buona pace di chi vuole sapere “già prima delle elezioni” che direzione prenderà il Paese in caso di vittoria di una forza politica. Del resto, partendo dall’assunto che l’arte di governare e produrre una sintesi verso l’alto di tutte le istanze è difficilissima e degna di pochi statisti, quel “bisogno di semplicità e di conoscenza a priori” di cui sopra, più che ad una necessità di chiarezza, secondo me deriva da una forma di pigrizia mentale e dal desiderio di evitare di imbarcarsi in uno sforzo di tolleranza e compromesso.

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Jorge Bergoglio e l’ombra del governo militare

tradotto dall’articolo originale pubblicato su BBC Mundo.

La nomina di Jorge Mario Bergoglio al soglio pontificio ha ravvivato la polemica sulle sue azioni durante il regime militare argentino (1976 – 1983)

Così come avvenne nel 2005 con Benedetto XVI, al quale si rinfacciò l’appartenenza alla Gioventù Hiltleriana, anche stavolta, con l’elezione di Papa Francesco I, rispuntano le critiche di coloro che lo accusano di non aver aver fatto abbastanza per opporsi al regime militare. 

Di contro, nelle dichiarazioni rilasciate a BBC Mundo, il premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel, connazionale del Sommo Pontefice, ha difeso la condotta del Papa durante gli anni del regime militare in Argentina, affermando che “non ha avuto legami con la dittatura”.

Come afferma da Buenos Aires la giornalista di BBC Mundo Veronica Smink, le accuse contro Bergoglio, dovute alla sua connivenza con il governo de facto guidato inizialmente dal generale Jorge Videla, hanno acquisito forza quando il quotidiano argentino Página 12, nel 2010, ha pubblicato un dossier, in cui lo si accusava di aver collaborato con le autorità dell’epoca.

Il giornalista Horacio Verbitsky – ricorda Smink – ha raccolto le testimonianze di varie persone, le quali affermavano che Bergoglio, nel periodo in cui ricoprì la carica di Superiore della Congregazione Gesuita in Argentina, aveva sospeso ogni forma di protezione nei confronti di due sacerdoti del suo ordine, impegnati in attività socialmente utili nei quartieri problematici di Buenos Aires.

I due religiosi – Orlando Yorio e Francisco Jalics – furono arrestati nel Maggio del 1976 e rimasero in carcere per cinque mesi presso l’Escuela Mecánica de la Armada (ESMA) prima di essere rilasciati.

Nel suo libro autobiografico “Il Gesuita”, pubblicato nel 2010, Bergoglio respinge le accuse, dicendo: “Vista l’età che avevo, nonché visti gli scarsi rapporti con gli uomini di potere, ho fatto il meglio che potevo per difendere le persone sequestrate”.

Inoltre, aggiunge che, fino a quel momento, non aveva risposto alle imputazioni “né per fare il gioco di qualcuno, né perché aveva qualcosa da nascondere”.

Testimone in parecchi processi

Nel 2010, l’attuale Papa Francesco I ha testimoniato dal suo ufficio nel processo sul sequestro dei due sacerdoti. Nelle sue dichiarazioni, Bergoglio ha affermato che si era incontrato con il generale Videla e con il suo numero due, l’Ammiraglio Emilio Massera, per chiedere la libertà dei due preti.

Questo, però, non è l’unico caso collegato al Pontefice.

Bergoglio è stato chiamato a testimoniare anche nel caso di Elena de la Cuadra, figlia di uno dei cofondatori delle Nonne di Plaza de Mayo, scomparso quando lei era incinta.

A quanto pare, la famiglia di De la Cuadra contattò Bergoglio in varie occasioni per via epistolare, chiedendogli di intercedere per la vita della ragazza.

L’attuale Sommo Pontefice è stato coinvolto anche all’interno di un processo penale, tenuto in Francia, per il sequestro e il successivo omicidio del sacerdote Gabriel Longueville, di origini francesi, avvenuto nel 1976 nella provincia di La Rioja.

Però, nonostante il suo ruolo di testimone in questo processo, come ricorda la nostra collega Veronica Smink, la giustizia argentina non ha mai presentato un’accusa contro Bergoglio.

Al contrario, i difensori del Papa sostengono che il nuovo vescovo di Roma nascose e salvò dall’esilio varie persone perseguitate dal regime.

“Non ho avuto legami con la dittatura”

Secondo il premio Nobel per la pace, nonché attivista per i diritti umani, Adolfo Pérez Esquivel, Bergoglio “non ha avuto legami con la dittatura”.

“Ci sono stati vescovi che sono stati complici, ma non Bergoglio”, ha affermato Pérez Esquivel nell’intervista con BBC Mundo.

“A Bergoglio viene rinfacciato che, nella sua posizione di Superiore della Congregazione dei Gesuiti, non ha fatto abbastanza per far scarcerare due sacerdoti. Di contro, so di persona che molti vescovi hanno richiesto alla giunta militare la liberazione di prigionieri e sacerdoti, e che questa non veniva concessa. Veniva risposto di sì, ma poi, nei fatti, non venivano liberati.”

Pérez Esquivel, che ha ricevuto il premio Nobel nel 1980 per il suo lavoro in difesa dei diritti umani in America Latina, riconosce che, durante il governo militare: “molti vescovi mantennero un atteggiamento passivo” e “la gerarchia ecclesiastica, in molti casi, assistette in silenzio”.

“Se la Conferenza Episcopale fosse rimasta unita e avesse avuto un’unica voce, avrebbe avuto forza sufficiente per salvare un maggior numero di vite. Purtroppo, in Argentina, non è accaduto.”

In ogni caso, Pérez Esquivel ricorda che molti religiosi “si adoperarono in silenzio per liberare il maggior numero possibile di prigionieri”.

“Molti sacerdoti e molte religiose furono perseguiti, incarcerati e torturati. La persecuzione avveniva in tutti gli strati sociali. Non accadeva solo ai religiosi, ma anche ai laici che partecipavano alla vita delle loro comunità e delle loro parrocchie: furono rapiti e fatti sparire”.

In conclusione, non rimane altro che vedere il modo in cui questa polemica influenzerà il lavoro del nuovo Papa, che ha davanti a sé il compito arduo di ripulire l’immagine della Chiesa Cattolica dopo gli scandali di pedofilia, nonché quello di mettere fine al crollo del numero di fedeli, che sta avvenendo in molte parti del mondo.

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La Repubblica – Piergiorgio Odifreddi – Dieci volte peggio dei nazisti (18)

Copia del post di Piergiorgio Odifreddi pubblicato sul suo spazio personale sul sito de “La Repubblica”, successivamente rimosso dalla redazione.

Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi diHamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare ancheNetanyahu e i suoi generali?

Piergiorgio Odifreddi

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SMS dall’Eddie Lang Jazz Festival 2012

(sottotitolo: spiegazione ostensiva del motivo per cui il mio account Twitter è durato quattro ore 😀 )

Scorcio di MonteroduniLa piazza di un paese: case con pietra a vista su ogni lato e pavimento lastricato di bianco con rifiniture rosse. Complesso jazz impegnato in un’improvvisazione e birra nel bicchiere. Bevuta a piccoli sorsi. Lenti. Non tanto per la qualità della birra, ma per colpa del jazz.

Il jazz è un catalizzatore di lentezza. Rilassa, rallenta, rende le persone più attente ai dettagli; spinge l’ascoltatore ad assaporare il momento. E, se un bicchiere di birra è parte del tuo momento, anche quello va assaporato. Lentamente. Anche se si tratta di Nastro Azzurro allungata. :-S

E’ facile, se ci si trova da soli, iniziare a fissare il vuoto e, con il suono delizioso di batteria e sassofono nelle orecchie, misto al chiacchiericcio della piazza, lasciare il cervello in balia dei suoi pensieri; un po’ come in quelle notti insonni, in cui le parti più profonde della nostra personalità ammaccano il muro della corteccia cerebrale, a mo’ di ariete.

E così, l’ascolto diventa una sorta di sonno ad occhi aperti. Il viso si rilassa e diventa estremamente facile sorridere: guardare negli occhi una ragazza, o un amico, e sorridere.

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20 Ottobre 2009 – Riflessioni sulle proteste studentesche in Iran e sulle “rivoluzioni colorate” in Ucraina e Georgia

Ciao a tutti,
questa mail è una delle più impegnative e più sconvolgenti che abbia mai preparato e scritto. Mi rendo conto che “sconvolgente” è una parola abusata dai mass media: di contro, questa mail vi aiuterà ad apprezzare la forza di questa parola. Infatti, è la parola che descrive meglio la sensazione provata dopo aver letto i documenti che sto per proporvi. Preparatevi, dunque, allo scombussolamento che proverete, una volta che avrete scoperto, come me, quanto conosciamo poco il mondo e quanto è distorta l’informazione che ci viene propinata: chi ha visto Matrix (il film :-D), probabilmente, si sentirà prigioniero di un sistema di disinformazione che ha poco da invidiare a quanto descritto in quell’opera. Se avete fame di informazione, oppure avete una serata in cui c’è poco da fare, o siete incappati in un pomeriggio in cui avete poca voglia di studiare, ecco un modo per tradurre il vostro desiderio di conoscenza, oppure la serata mesta, oppure la lontananza dai libri, in qualcosa di positivo per il nostro status di persone informate.

Ma andiamo con ordine.
Tutto inizia leggendo un articolo da un blog che frequento di solito (http://informazionescorretta.blogspot.com). L’articolo tratta, principalmente, dell’attentato suicida che qualche giorno fa ha provocato la morte di diverse figure di spicco dell’esercito iraniano. Il post, inoltre, analizza altre due vicende che si sono sviluppate nell’ultimo fine settimana:

  • una delibera ONU, che accusa Israele di aver compiuto crimini di guerra durante la massiccia offensiva contro Gaza, portata avanti un anno fa circa;
  • un’offensiva dell’esercito pakistano contro le roccaforti dei Talebani in sud Waziristan, regione al confine con l’Afghanistan.

Link all’articolo: http://informazionescorretta.blogspot.com/2009/10/attentato-in-iran-colpiti-ufficiali.html

In quest’articolo si cita la nozione di Balcani Globali. Questo termine è stato coniato da uno stratega polacco, al servizio degli Stati Uniti dalla presidenza Carter in poi: Zbigniew Brzezinski. Il prossimo post, citato dal precedente articolo, riporta l’analisi di Brzezinski riguardo all’importanza strategica degli stati al sud della Russia. Il pieno loro controllo (non ancora ottenuto) permette l’affermazione degli Stati Uniti come unica potenza economica mondiale, a discapito della ex-potenza russa e della potenza nascente cinese. In particolare, si quantifica in termini di risorse e popolazione l’importanza di quella fascia di Stati, si descrive la “Politica dell’Accerchiamento” e si fa riferimento a due “rivoluzioni sospette”, quella in Ucraina nota anche come rivoluzione arancione) e quella Georgia. Si comincia quindi a delineare uno scenario in cui si finanzano e fomentano rivoluzioni in Paesi strategici, in modo da imporre governi amici disposti ad aprire i mercati interni.
Link all’articolo: http://informazionescorretta.blogspot.com/2008/08/comprendere-le-ragioni-sottostanti-al.html

Subito dopo, seguendo le citazioni, sono passato ad un articolo che avevo già letto nei mesi precedenti, ma che avevo quasi trascurato perché non avevo avuto modo di inserirlo in un quadro organico. Questo è il primo di una serie di articoli veramente dispiacevoli. E dico dispiacevoli perché presentano una realtà a cui molti di noi preferirebbero non credere. Vi ricordate la “rivoluzione verde” in Iran? Quella dipinta dai media occidentali come una rivolta contro i brogli elettorali e il regime oltranzista di Ahmadinejad? Quella in cui i dissidenti usavano Twitter come piattaforma di organizzazione? Quella che è entrata nel cuore di molti occidentali a causa della morte della giovane Neda? Questo articolo mostra come anche la rivoluzione verde sia in realtà il frutto della “Politica dell’Accerchiamento” teorizzata da Brzezinski. Conosco alcune persone che hanno preso a cuore questa vicenda e che rimarranno sorpresi negativamente dai contenuti di quest’articolo. Sicuramente, cercheranno di convincere anche se stessi della non veridicità di quanto riportato. In effetti, questo post non presenta ancora una quantità di informazioni sufficiente da risultare convincente appieno. E’ solo il primo passo.
Link all’articolo: http://informazionescorretta.blogspot.com/2009/06/destabilizzazione-iran-teheran.html

Lasciamo un attimo da parte la Politica dell’Accerchiamento e torniamo all’uccisione dei capi militari iraniani. Nel primo post, infatti, si afferma che l’uso di attentati suicidi che abbiano come obiettivo dichiarato altri musulmani è una pratica abbastanza insolita. Il martirio è cosa ben vista (nell’islam estremista, sia ben chiaro) se portato avanti nei confronti degli infedeli; non si può dire lo stesso se le vittime prescelte (da non confondere con quelle accidentali) sono altri musulmani. Citando l’articolo, riporto il seguente proverbio di matrice musulmana: “Allah (sia lodato il suo nome) non distingue fra le sue lenticchie”. E allora, viene da chiedersi, cosa dire di tutti quegli attentati contro caserme e forze armate irachene a Baghdad? Beh, pure lì c’è da ravanare nel torbido. Vi riporto questa notizia del 2005, riportata solo sui giornali iracheni e tradotta per noi da un blogger di http://www.inerba.org. Sembra che i soldati statunitensi abbiano organizzato più di un attentato alle caserme delle forze armate irachene, tramite uno stratagemma basato sul ritiro della patente ad automobilisti ignari.
Link all’articolo: http://www.inerba.org/Guerra/Terrorista-suicida-senza-saperlo.html

La sensazione di essere immersi in un mondo di cui sappiamo poco, e di cui ci viene detto solo ciò che fa comodo a qualcuno, nel modo in cui fa comodo a lui, si sta facendo sempre più incalzante. Ma torniamo alla Politica dell’Accerchiamento e torniamo, purtroppo, sull’Iran. Secondo questo articolo, la rivoluzione iraniana è stata un vero e proprio test di laboratorio, in cui gli strateghi statunitensi hanno sperimentato l’uso dei social network e degli SMS come strumento di destabilizzazione. Sono degne di nota le fonti da cui è tratto questo articolo. Le principali sono:

  • Un articolo del New York Times;
  • Due agenzie di stampa (Reuters e Associated Press);
  • Un discorso di Barack Obama a Il Cairo, dove ammette l’intervento degli Stati Uniti e della Gran Bretagna nei tumultuosi cambi di primo ministro durante il regno dello Shah Reza Pahlavi (quello sposato con Soraya, per intenderci :-D).

Link all’articolo: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6022

A questo punto, arriva il vero pugno nello stomaco. E’ un saggio di poche pagine, scritto da Thierry Meyssan. E’ un intellettuale che, premetto, fa riferimento alla sinistra, quella extra-extra-parlamentare. Vi chiederete, allora, perché lo proponga come fonte. Il motivo è presto detto: è un filosofo di origine marxista. Direte voi: e con ciò? Bene, vi spiego subito.
Faccio un po’ di richiami per chiarire i concetti: Marx faceva parte della cosiddetta sinistra hegeliana. Hegel riteneva che lo svolgimento di ogni vicenda sociale e personale fosse riconducibile a tre fasi:

  • tesi: ad esempio, la nascita di un pensiero dominante;
  • antitesi: la nascita di pensieri contrapposti a quello dominante e il loro scontro con esso;
  • sintesi: risoluzione del conflitto, che non porta necessariamente all’elaborazione di un nuovo pensiero.

Chiedo perdono ai filosofi, ma avevo bisogno di semplicità e chiarezza :-D.
La sinistra hegeliana raccoglie i filosofi che concentrano la propria analisi sulla fase di antitesi: Marx, come detto, appartiene proprio a questa categoria. Uno dei filoni di ricerca filosofica della sinistra hegeliana è proprio la stesura di un modello di rivoluzione: vale a dire, questi filosofi riflettono (tra le altre cose) su cosa è una rivoluzione, su come nasce, su cosa si fonda, su come si sviluppa.
Per questo ho ritenuto Thierry Meyssan un ottimo spunto di riflessione: filosofi come lui sanno bene quali sono le dinamiche di una rivoluzione, quindi sanno anche riconoscere quando una sommossa popolare, spacciata dai media per rivoluzione spontanea, nasconde qualche magagna. Il suo saggio parte dalla strage di piazza Tien An Men del 1989 e, passando per rivoluzioni vere o presunte che hanno caratterizzato gli anni ’90 e il primo decennio del 2000, sostiene in modo convincente, con ricchezza di fonti, questa tesi: quelle NON SONO VERE RIVOLUZIONI, perché non mirano a cambiare i rapporti di forza all’interno di una società, ma hanno come unico scopo la sostituzione di una elite governativa con un’altra. Il linguaggio con cui è scritto il documento non è affatto pesante, e permette di accedere ad una riflessione così alta in meno di 15-20 minuti. Inoltre, il continuo riferimento a fatti già noti, ma inquadrati in una visione nuova, smaschera l’intervento statunitense in tutti gli eventi citati. Uno dei fatti meno noti, e buttati là con troppa leggerezza, come se tutti lo sapessero, è il ruolo di Hamid Karzai. L’attuale presidente dell’Afghanistan, “democraticamente eletto” :-D, è in realtà un ex-dipendente della Carlyle, società di Dick Cheney (vicepresidente dell’amministrazione Bush). Per approfondire il ruolo di Dick Cheney e della Carlyle nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan vi consiglio la lettura di “Stupid White Man” e “Ma come hai ridotto questo Paese?” di Michael Moore, nonché del film “W.” di Oliver Stone.
Comunque, ecco il link al documento. Non fatevi spaventare dalle 11 pagine, è scritto con un font gigantesco, la lettura è scorrevole e si legge veramente in 20 minuti. Ne vale la pena.
Link al documento: http://files.splinder.com/66d22338c8e48ca3c54880401acf3769.pdf

Bene… come ci si sente, ora? 🙂
Se tutto questo vi sembra troppo lontano da quanto conoscevamo e anche un po’ assurdo, vi consiglio l’ultima lettura. E’ in inglese e, se ne avrò voglia, ne fornirò una versione tradotta sul mio Live Space. E’ un articolo del Foreign Policy Journal che si focalizza sempre sulle elezioni iraniane: questo articolo analizza in dettaglio i retroscena delle elezioni iraniane e delle proteste che ne sono seguite, proponendo (tra le altre cose) anche alcuni concetti e alcune notizie già viste negli articoli ed nei post che ho indicato finora.
Link all’articolo: http://www.foreignpolicyjournal.com/2009/06/23/has-the-u-s-played-a-role-in-fomenting-unrest-during-irans-election/

Buona lettura e buona (in)formazione.
Ciao da Alessandro

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