L’inutilità delle leggi sull’immigrazione e anacronismo del concetto di cittadinanza

Espatrio delle rondiniGli individui di qualsiasi specie animale si spostano in base alla presenza di risorse alimentari, nonché in base al loro adattamento ad un clima. Anche le specie non nomadi si adattano progressivamente alla modifica dei loro habitat e alla variazione della disponibilità di cibo. E’ una legge del mondo animale e, anche se con tempistiche più lunghe e maggiori difficoltà, è valida anche per la specie umana.

Già questo basterebbe a far capire come un’organizzazione rigida come lo Stato, nonché concetti come quello di cittadinanza, siano soltanto la proiezione di un nostro desiderio non realizzabile: vale a dire, quello di creare una “fotografia eterna” della nostra collocazione, una sorta di punto fermo che, in modo più o meno conscio, risulta sempre più necessario in una realtà che si evolve con ritmi non naturali. Per cui, l’Italia la amministrano gli Italiani, la Francia i Francesi e così via; e, se qualcuno ha la necessità di emigrare nel nostro Stato, si cerca di farlo entrare prendendo delle cautele e cercando di non sconvolgere più di tanto lo status quo e l’organizzazione.
In realtà, poi, basta l’esistenza di un popolo nomade, quindi per definizione senza un territorio predefinito, come i Rom, per capire che lo Stato e la cittadinanza sono  rappresentazioni estremamente parzialo dell’organizzazione e dell’interazione umana, estremamente inadeguate a gestire un popolo senza una sede stabile. Tra l’altro, questo è un indizio di inadeguatezza solo a breve termine.

I fenomeni migratori di ampia scala, quelli per cui si verifica un’emorragia più o meno lenta di abitanti dalle zone povere e con scarsità di risorse verso zone più benestanti (e non per forza straricche) sono una prova magari meno percepibile, nella sua dimensione globale, ma ancora più schiacciante. Pensare di poter regolare questi fenomeni con leggi umane rientra in quel tipo di illusione, o proiezione di desideri irrealizzabili che dir si voglia, menzionata in precedenza. Come già spiegato, l’adattamento alla disponibilità di cibo è una legge del mondo animale, molto più generica e molto più potente di qualsiasi nostra disposizione. Tentare di regolarla ha lo stesso senso e, a lungo termine, la stessa efficacia di:

  • vietare tramite leggi e accordi interazionali agli gnu di spostarsi da uno Stato all’altro all’interno della savana;
  • vietare tramite leggi e accordi interazionali alle balene di spostarsi nelle acque internazionali di un altro Stato in base alla presenza di plancton;
  • vietare tramite leggi e accordi interazionali il fenomeno dell’osmosi 😀 (quello per cui si creano automaticamente correnti d’acqua tra zone a bassa salinità e zone ad alta salinità).

Il motivo è semplice. Siamo animali. I nostri bisogni primari, in questo caso quello di nutrirsi, sono più primitivi e potenti di qualsiasi senso di legalità. La presenza di leggi, al massimo, frena o ritarda la loro manifestazione.

La formazione di Stati o, più in generale, di organizzazioni basate sull’amministrazione di un territorio definito da confini sono dovute al fatto che, ad un certo punto della nostra storia, siamo diventati stanziali. La stanzialità, in effetti, aveva i suoi benefici e, per essere sostenuta, richiedeva un minimo di organizzazione nello sfruttamento del territorio. Inoltre, era favorita dal fatto che il nomadismo e, in generale, gli spostamenti, avevano un “costo” (da intendere nell’accezione più ampia possibile) altissimo.

In una realtà in cui il “costo” degli spostamenti è sceso drasticamente, l’incremento dei fenomeni migratori è inevitabile. Vista la loro ineluttabilità, argomentata in precedenza, l’unica strada per il futuro non è quella di arroccarsi e cedere ad istanze localistiche. E’ vero, anche la paura del diverso e dell'”invasore” sono istanze primitive, tanto quanto il bisogno di nutrirsi. Fatto sta, i numeri messi in campo da un fenomeno migratorio sono sempre e comunque maggiori di quelli che, alla lunga, vengono scatenati dalla necessità di difendere un territorio.

Di conseguenza, il razzismo, il nazionalismo e, in generale, ogni forma di chiusura, vanno affrontati per quello che sono: delle comprensibili istanze di autodifesa, per natura inevitabilmente perdenti nel lungo termine. Per questo motivo, quando sento persone che affermano con orgoglio un’identità nazionale, oppure ostentano orgoglio per il luogo dove sono nati, come se ciò costituisse una fonte di merito o fosse frutto della loro volontà; oppure che, peggio ancora, utilizzano la categoria del “casa loro”, come se il territorio dove abitiamo fosse realmente “casa nostra”, per qualche recondita ragione di usucapione; bene, in quei casi, non riesco a fare a meno di provare un sottile sentimento di pena.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Notizie e politica. Contrassegna il permalink.

Una risposta a L’inutilità delle leggi sull’immigrazione e anacronismo del concetto di cittadinanza

  1. G ha detto:

    grandissimo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...