Partecipazione alla vita politica vs. partecipazione alle decisioni

Mi sono imbattuto poco fa in questa analisi di Michele Serra, che verte sulle contestazioni alla Boldrini e che ritengo ineccepibile.

L’AMACA di Michele Serra

A questa analisi sento di dover aggiungere una riflessione, fatta pochi mesi fa e che, ultimamente, ripropongo spesso.

La colpa della disonestà della politica è nostra. Disinteressandoci ad essa e rinunciando, per pigrizia mentale, alla nostra funzione di controllo attivo e continuo nei confronti dell’operato del potere, abbiamo fatto in modo che la maggior parte delle persone politicamente attive fossero:

  1. militanti;
  2. disonesti.

Il militante è una persona appassionata ma, proprio perché appassionata e non semplicemente “interessata al tema”, tende troppo facilmente a tollerare compromessi e storture, allo scopo di ottenere il potere ed applicare la “propria” ricetta, vista come la migliore possibile. Del resto, la passione moltiplica la nostra efficacia ma riduce drasticamente la nostra capacità di giudizio.

I disonesti, invece, sono coloro che fanno di tutto per guadagnare dalla politica: mi riferisco a politici corrotti, imprenditori collusi, speculatori edilizi e compagnia cantante. Loro sono tanto più interessati alla politica quanto più guadagno possono ottenerne. L’assenza di una cittadinanza attiva e rompiscatole, ovviamente, favorisce di gran lunga il loro “lavoro”.

Il lavoro principale del politico è quello di mediare tra le istanze e produrre un compromesso accettabile e, quando è possibile, una “sintesi verso l’alto”. Se, però, lo lasciamo in balia delle istanze dei militanti e dei disonesti, rimarrà inevitabilmente vittima (o complice) dei loro strumenti di pressione. Quindi, l’unica arma a disposizione della cittadinanza è quella di diventare essa stessa uno strumento di pressione.
Per farlo, non serve sfociare nei massimalismi del M5S: “avere voce in capitolo” non equivale, per forza, a partecipare direttamente alle decisioni, soprattutto quando queste ultime richiedono competenze che non si hanno. Anche volendo passare dalla democrazia diretta alla democrazia liquida, rimane comunque il problema per cui, senza competenze sufficienti, non si hanno gli strumenti per decidere, con cognizione di causa, a chi delegare il nostro voto.

Di conseguenza, le decisioni devono essere prese con il consulto di persone competenti (i tecnici) e il processo decisionale va condotto dalle persone (i politici) che sanno come fare da intermediario tra i decisori e i destinatari di quella decisione (i cittadini).

Poi, più che partecipare alla decisione, la cittadinanza attiva vigila sul risultato e, in presenza di cattivi risultati, si organizza e si associa per far presente le proprie istanze, con gli strumenti che il nostro ordinamento già prevede, senza lasciarsi andare ad atteggiamenti tipo “ma figurate se ce danno retta” o “tanto è tutto un magna-magna”, tra il fatalistico e l’auto-assolutorio. Ripeto, il “magna-magna” ha due ragioni: operatori disonesti e cittadini che permettono loro di operare.
Riguardo a questo aspetto, il M5S ha avuto un effetto positivo e due negativi. Quello positivo è che, finalmente, ha reinnescato un meccanismo di partecipazione alla politica da parte della cittadinanza. Quelli negativi sono:

  1. Il fatto di ergersi ad unico rappresentante della società civile, quando, in realtà, la spinta partecipativa ha interessato tutte le forze politiche.
  2. Il fatto che, sull’onda dei massimalismi del capo, pretende che la militanza/cittadinanza prenda parte alle decisioni anche senza le dovute competenze. Ripeto, una cosa è far presenti le proprie istanze e vigilare sul risultato di una decisione; ben altra cosa, invece, è INTERVENIRE nella decisione, senza avere le competenze necessarie per farlo. Purtroppo, è un’idea di politica e partecipazione politica ancora più errata di quella che si cerca di sradicare.
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2 risposte a Partecipazione alla vita politica vs. partecipazione alle decisioni

  1. giovanni ha detto:

    A PROPOSITO DELLA BOLDRINI – lei rivendica il suo passato ,la sua storia, l’aver aiutato persone del terzo mondo – Intanto c’è da dire che la Boldrini in perfetto stile nepotista, tramite il padre senatore Arrigo Boldrini del pci e il P.C.I. , riesce a farsi assumere all’ O.N.U. e con gli appoggi politici giusti inizia la sua fulminante carriera – Tanti italiani e italiane sarebbero stati felici di avere quel posto, lavorare per l’onu, stipendi da favola, protezione dell’onu, rango diplomatico….ma non erano figli di alcun senatore- La boldrini non è stata un volontaria, come tante suore, come quelli di emergency , come gino strada…..era ben pagata , ben protetta….e aveva un sacco di privilegi che tanti e tante come lei se li sognano.

    • mastrotux ha detto:

      Sig. Giovanni, grazie per il commento.
      Forse è colpa del sistema in cui sono cresciuto ma, d’istinto, tendo a considerare molto più importante ciò che fa una persona una volta ottenuta la carica, piuttosto che il modo in cui la carica è stata ottenuta. Fermo restando che, in generale, la pratica delle raccomandazioni è esecrabile perché comporta un danno sistemico, nel caso singolo il mio pragmatismo mi porta a dire che, se la persona ricopre la carica onorandola a dovere, qualsiasi “peccato originale” dovuto al modo in cui ci è arrivata può ritenersi completamente emendato. E, fin qua, sto parlando in generale.
      Per quanto riguarda il caso specifico, un funzionario ONU è, per definizione, molto diverso da un volontario, quindi non ha senso aspettarsi o pretendere che operino nello stesso modo. Inoltre, il fatto di essere ben pagati e ben protetti, di per sé, non è certo un motivo di demerito. Di sicuro si parte da una posizione più “comoda”, per quanto, se vogliamo, molto più vincolata nell’azione, proprio perché interna ad un’organizzazione che, per sua natura, non può permettersi di chiudere/perdere ogni canale di comunicazione coi governi.
      Di conseguenza, anche qui, il discrimine non è il tipo di carica o il modo con cui ci è arrivata, ma soltanto la qualità del suo operato. Cosa ha fatto in quel ruolo? Come ha inciso nel suo ambito operativo? Che tipo di decisioni ha preso e con quali conseguenze? Queste sono le domande da porsi e a cui rispondere per giudicare la figura della Boldrini. Purtroppo, non essendo un esperto di affari internazionali né particolarmente interessato all’attività dell’UNHCR, non so rispondere a queste domande, né so formulare un giudizio. Di contro, so che riterrei ben argomentato soltanto un giudizio formulato a partire da esse.

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