La finanza bianca, ovvero la Chiesa come realtà finanziaria

I pochi intimi che hanno frequentato questo blog nella prima settimana di vita avranno notato quanta attenzione ponga alle notizie in ambito politico e sociale. Qualcuno (al massimo due, penso! Sorriso ) sarà quindi sorpreso del fatto che non abbia scritto nulla riguardo la caduta del governo. Beh, diciamo che avevo ed ho ben altro da fare, almeno fino al 20 Febbraio. Inoltre, scrivere un intervento di proprio pugno e presentarlo in una forma decente costa tempo, cosa che attualmente scarseggia.

Approfitto quindi della presenza di un articolo già scritto da altri, in cui si parla di un argomento che ho usato nel mio intervento sul ruolo della Chiesa nell’ambito della politica italiana. L’articolo, che può essere letto all’indirizzo http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/cronaca/chiesa-commento-mauro/segreti-ior/segreti-ior.html, è stato scritto da Curzio Maltese e permette di comprendere l’influenza IN AMBITO ECONOMICO E FINANZIARIO che ha la gerarchia ecclesiastica e di conoscere le sue connivenze sinistre con i personaggi meno raccomandabili della società italiana.

Alla faccia del denaro "sterco del diavolo", tanto per citare i Vangeli e l’articolo stesso!!
Buona lettura.

L’Istituto Opere Religiose è la banca del Vaticano. In deposito 5 miliardi di euro.
Ai correntisti offre rendimenti record, impermeabilità ai controlli e segretezza totale.

Scandali, affari e misteri: tutti i segreti dello Ior

di CURZIO MALTESE

LA CHIESA cattolica è l’unica religione a disporre di una dottrina
sociale, fondata sulla lotta alla povertà e la demonizzazione del
danaro, "sterco del diavolo". Vangelo secondo Matteo: "E’ più facile
che un cammello passi nella cruna dell’ago, che un ricco entri nel
regno dei cieli". Ma è anche l’unica religione ad avere una propria
banca per maneggiare affari e investimenti, l’Istituto Opere Religiose.

La sede dello Ior è uno scrigno di pietra all’interno delle mura
vaticane. Una suggestiva torre del Quattrocento, fatta costruire da
Niccolò V, con mura spesse nove metri alla base. Si entra attraverso
una porta discreta, senza una scritta, una sigla o un simbolo. Soltanto
il presidio delle guardie svizzere notte e giorno ne segnala
l’importanza. All’interno si trovano una grande sala di computer, un
solo sportello e un unico bancomat. Attraverso questa cruna dell’ago
passano immense e spesso oscure fortune. Le stime più prudenti
calcolano 5 miliardi di euro di depositi. La banca vaticana offre ai
correntisti, fra i quali come ha ammesso una volta il presidente Angelo
Caloia "qualcuno ha avuto problemi con la giustizia", rendimenti
superiori ai migliori hedge fund e un vantaggio inestimabile: la totale
segretezza. Più impermeabile ai controlli delle isole Cayman, più
riservato delle banche svizzere, l’istituto vaticano è un vero paradiso
(fiscale) in terra. Un libretto d’assegni con la sigla Ior non esiste.
Tutti i depositi e i passaggi di danaro avvengono con bonifici, in
contanti o in lingotti d’oro. Nessuna traccia.

Da vent’anni, quando si chiuse il processo per lo scandalo del Banco
Ambrosiano, lo Ior è un buco nero in cui nessuno osa guardare. Per
uscire dal crac che aveva rovinato decine di migliaia di famiglie, la
banca vaticana versò 406 milioni di dollari ai liquidatori. Meno di un
quarto rispetto ai 1.159 milioni di dollari dovuti secondo l’allora
ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta. Lo scandalo fu accompagnato
da infinite leggende e da una scia di cadaveri eccellenti. Michele
Sindona avvelenato nel carcere di Voghera, Roberto Calvi impiccato
sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il giudice istruttore Emilio
Alessandrini ucciso dai colpi di Prima Linea, l’avvocato Giorgio
Ambrosoli freddato da un killer della mafia venuto dall’America al
portone di casa.


Senza contare il mistero più inquietante, la morte di papa Luciani,
dopo soli 33 giorni di pontificato, alla vigilia della decisione di
rimuovere Paul Marcinkus e i vertici dello Ior. Sull’improvvisa fine di
Giovanni Paolo I si sono alimentate macabre dicerie, aiutate dalla
reticenza vaticana. Non vi sarà autopsia per accertare il presunto e
fulminante infarto e non sarà mai trovato il taccuino con gli appunti
sullo Ior che secondo molti testimoni il papa portò a letto l’ultima
notte.
Era lo Ior di Paul
Marcinkus, il figlio di un lavavetri lituano, nato a Cicero (Chicago) a
due strade dal quartier generale di Al Capone, protagonista di una
delle più clamorose quanto inspiegabili carriere nella storia recente
della chiesa. Alto e atletico, buon giocatore di baseball e golf, era
stato l’uomo che aveva salvato Paolo VI dall’attentato nelle Filippine.
Ma forse non basta a spiegare la simpatia di un intellettuale come
Montini, autore della più avanzata enciclica della storia, la Populorum
Progressio, per questo prete americano perennemente atteggiato da
avventuriero di Wall Street, con le mazze da golf nella fuoriserie,
l’Avana incollato alle labbra, le stupende segreterie bionde e gli
amici di poker della P2.

Con il successore di papa Luciani, Marcinkus trova subito un’intesa. A
Karol Wojtyla piace molto quel figlio di immigrati dell’Est che parla
bene il polacco, odia i comunisti e sembra così sensibile alle lotte di
Solidarnosc. Quando i magistrati di Milano spiccano mandato d’arresto
nei confronti di Marcinkus, il Vaticano si chiude come una roccaforte
per proteggerlo, rifiuta ogni collaborazione con la giustizia italiana,
sbandiera i passaporti esteri e l’extraterritorialità. Ci vorranno
altri dieci anni a Woytjla per decidersi a rimuovere uno dei principali
responsabili del crac Ambrosiano dalla presidenza dello Ior. Ma senza
mai spendere una parola di condanna e neppure di velata critica:
Marcinkus era e rimane per le gerarchie cattoliche "una vittima", anzi
"un’ingenua vittima".

Dal 1989, con l’arrivo alla presidenza di Angelo Caloia, un galantuomo
della finanza bianca, amico e collaboratore di Gianni Bazoli, molte
cose dentro lo Ior cambiano. Altre no. Il ruolo di bonificatore dello
Ior affidato al laico Caloia è molto vantato dalle gerarchie vaticane
all’esterno quanto ostacolato all’interno, soprattutto nei primi anni.
Come confida lo stesso Caloia al suo diarista, il giornalista cattolico
Giancarlo Galli, autore di un libro fondamentale ma introvabile,
Finanza bianca (Mondadori, 2003). "Il vero dominus dello Ior – scrive
Galli – rimaneva monsignor Donato De Bonis, in rapporti con tutta la
Roma che contava, politica e mondana. Francesco Cossiga lo chiamava
Donatino, Giulio Andreotti lo teneva in massima considerazione. E poi
aristocratici, finanzieri, artisti come Sofia Loren. Questo
spiegherebbe perché fra i conti si trovassero anche quelli di
personaggi che poi dovevano confrontarsi con la giustizia. Bastava un
cenno del monsignore per aprire un conto segreto".

A volte monsignor De Bonis accompagnava di persona i correntisti con i
contanti o l’oro nel caveau, attraverso una scala, in cima alla torre,
"più vicino al cielo". I contrasti fra il presidente Caloia e De Bonis,
in teoria sottoposto, saranno frequenti e duri. Commenta Giancarlo
Galli: "Un’aurea legge manageriale vuole che, in caso di conflitto fra
un superiore e un inferiore, sia quest’ultimo a soccombere. Ma essendo
lo Ior istituzione particolarissima, quando un laico entra in rotta di
collisione con una tonaca non è più questione di gradi".

La glasnost finanziaria di Caloia procede in ogni caso a ritmi serrati,
ma non impedisce che l’ombra dello Ior venga evocata in quasi tutti gli
scandali degli ultimi vent’anni. Da Tangentopoli alle stragi del ’93
alla scalata dei "furbetti" e perfino a Calciopoli. Ma come appare,
così l’ombra si dilegua. Nessuno sa o vuole guardare oltre le mura
impenetrabili della banca vaticana.

L’autunno del 1993 è la stagione più crudele di Tangentopoli. Subito
dopo i suicidi veri o presunti di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini,
la mattina del 4 ottobre arriva al presidente dello Ior una telefonata
del procuratore capo del pool di Mani Pulite, Francesco Saverio
Borrelli: "Caro professore, ci sono dei problemi, riguardanti lo Ior, i
contatti con Enimont…". Il fatto è che una parte considerevole della
"madre di tutte le tangenti", per la precisione 108 miliardi di lire in
certificati del Tesoro, è transitata dallo Ior. Sul conto di un vecchio
cliente, Luigi Bisignani, piduista, giornalista, collaboratore del
gruppo Ferruzzi e faccendiere in proprio, in seguito condannato a 3
anni e 4 mesi per lo scandalo Enimont e di recente rispuntato
nell’inchiesta "Why Not" di Luigi De Magistris. Dopo la telefonata di
Borrelli, il presidente Caloia si precipita a consulto in Vaticano da
monsignor Renato Dardozzi, fiduciario del segretario di Stato Agostino
Casaroli. "Monsignor Dardozzi – racconterà a Galli lo stesso Caloia –
col suo fiorito linguaggio disse che ero nella merda e, per farmelo
capire, ordinò una brandina da sistemare in Vaticano. Mi opposi,
rispondendogli che avrei continuato ad alloggiare all’Hassler. Tuttavia
accettai il suggerimento di consultare d’urgenza dei luminari di
diritto. Una risposta a Borrelli bisognava pur darla!". La risposta
sarà di poche ma definitive righe: "Ogni eventuale testimonianza è
sottoposta a una richiesta di rogatoria internazionale".

I magistrati del pool valutano l’ipotesi della rogatoria. Lo Ior non ha
sportelli in terra italiana, non emette assegni e, in quanto "ente
fondante della Città del Vaticano", è protetto dal Concordato:
qualsiasi richiesta deve partire dal ministero degli Esteri. Le
probabilità di ottenere la rogatoria in queste condizioni sono lo zero
virgola. In compenso l’effetto di una richiesta da parte dei giudici
milanesi sarebbe devastante sull’opinione pubblica. Il pool si ritira
in buon ordine e si accontenta della spiegazione ufficiale: "Lo Ior non
poteva conoscere la destinazione del danaro".

Il secondo episodio, ancora più cupo, risale alla metà degli anni
Novanta, durante il processo per mafia a Marcello Dell’Utri. In video
conferenza dagli Stati Uniti il pentito Francesco Marino Mannoia rivela
che "Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò Riina nella
banca del Vaticano". "Lo Ior garantiva ai corleonesi investimenti e
discrezione". Fin qui Mannoia fornisce informazioni di prima mano. Da
capo delle raffinerie di eroina di tutta la Sicilia occidentale,
principale fonte di profitto delle cosche. Non può non sapere dove
finiscono i capitali mafiosi. Quindi va oltre, con un’ipotesi. "Quando
il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) venne in Sicilia e scomunicò i
mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro
soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due
bombe davanti a due chiese di Roma". Mannoia non è uno qualsiasi.

E’ secondo Giovanni Falcone "il più attendibile dei collaboratori di
giustizia", per alcuni versi più prezioso dello stesso Buscetta. Ogni
sua affermazione ha trovato riscontri oggettivi. Soltanto su una non si
è proceduto ad accertare i fatti, quella sullo Ior. I magistrati del
caso Dell’Utri non indagano sulla pista Ior perché non riguarda
Dell’Utri e il gruppo Berlusconi, ma passano le carte ai colleghi del
processo Andreotti. Scarpinato e gli altri sono a conoscenza del
precedente di Borrelli e non firmano la richiesta di rogatoria. Al
palazzo di giustizia di Palermo qualcuno in alto osserva: "Non ci siamo
fatti abbastanza nemici per metterci contro anche il Vaticano?".

Sulle trame dello Ior cala un altro sipario di dieci anni, fino alla
scalata dei "furbetti del quartierino". Il 10 luglio dell’anno scorso
il capo dei "furbetti", Giampiero Fiorani, racconta in carcere ai
magistrati: "Alla Bsi svizzera ci sono tre conti della Santa Sede che
saranno, non esagero, due o tre miliardi di euro". Al pm milanese
Francesco Greco, Fiorani fa l’elenco dei versamenti in nero fatti alle
casse vaticane: "I primi soldi neri li ho dati al cardinale Castillo
Lara (presidente dell’Apsa, l’amministrazione del patrimonio
immobiliare della chiesa, ndr), quando ho comprato la Cassa Lombarda.
M’ha chiesto trenta miliardi di lire, possibilmente su un conto
estero".

Altri seguiranno, molti a giudicare dalle lamentele dello stesso
Fiorani nell’incontro con il cardinale Giovanni Battista Re, potente
prefetto della congregazione dei vescovi e braccio destro di Ruini:
"Uno che vi ha sempre dato i soldi, come io ve li ho sempre dati in
contanti, e andava tutto bene, ma poi quando è in disgrazia non fate
neanche una telefonata a sua moglie per sapere se sta bene o male".
Il Vaticano molla presto
Fiorani, ma in compenso difende Antonio Fazio fino al giorno prima
delle dimissioni, quando ormai lo hanno abbandonato tutti. Avvenire e
Osservatore Romano ripetono fino all’ultimo giorno di Fazio in
Bankitalia la teoria del "complotto politico" contro il governatore.
Del resto, la carriera di questo strano banchiere che alle riunioni dei
governatori centrali non ha mai citato una volta Keynes ma almeno un
centinaio di volte le encicliche, si spiega in buona parte con
l’appoggio vaticano. In prima persona di Camillo Ruini, presidente
della Cei, e poi di Giovanni Battista Re, amico intimo di Fazio, tanto
da aver celebrato nel 2003 la messa per il venticinquesimo anniversario
di matrimonio dell’ex governatore con Maria Cristina Rosati.

Naturalmente neppure i racconti di Fiorani aprono lo scrigno dei
segreti dello Ior e dell’Apsa, i cui rapporti con le banche svizzere e
i paradisi fiscali in giro per il mondo sono quantomeno singolari. E’
difficile per esempio spiegare con esigenze pastorali la decisione del
Vaticano di scorporare le Isole Cayman dalla naturale diocesi
giamaicana di Kingston, per proclamarle "missio sui iuris" alle dirette
dipendenze della Santa Sede e affidarle al cardinale Adam Joseph Maida,
membro del collegio dello Ior.

Il quarto e ultimo episodio di coinvolgimento dello Ior negli scandali
italiani è quasi comico rispetto ai precedenti e riguarda Calciopoli.
Secondo i magistrati romani Palamara e Palaia, i fondi neri della Gea,
la società di mediazione presieduta dal figlio di Moggi, sarebbero
custoditi nella banca vaticana. Attraverso i buoni uffici di un altro
dei banchieri di fiducia della Santa Sede dalla fedina penale non
immacolata, Cesare Geronzi, padre dell’azionista di maggioranza della
Gea. Nel caveau dello Ior sarebbe custodito anche il "tesoretto"
personale di Luciano Moggi, stimato in 150 milioni di euro. Al solito,
rogatorie e verifiche sono impossibili. Ma è certo che Moggi gode di
grande considerazione in Vaticano. Difeso dalla stampa cattolica
sempre, accolto nei pellegrinaggi a Lourdes dalla corte di Ruini, Moggi
è da poco diventato titolare di una rubrica di "etica e sport" su
Petrus, il quotidiano on-line vicino a papa Benedetto XVI, da dove l’ex
dirigente juventino rinviato a giudizio ha subito cominciato a
scagliare le prime pietre contro la corruzione (altrui).

Con l’immagine di Luciano Moggi maestro di morale cattolica si chiude
l’ultima puntata dell’inchiesta sui soldi della Chiesa. I segreti dello
Ior rimarranno custoditi forse per sempre nella torre-scrigno. L’epoca
Marcinkus è archiviata ma l’opacità che circonda la banca della Santa
Sede è ben lontana dallo sciogliersi in acque trasparenti. Si sa
soltanto che le casse e il caveau dello Ior non sono mai state tanto
pingui e i depositi continuano ad affluire, incoraggiati da interessi
del 12 per cento annuo e perfino superiori. Fornire cifre precise è,
come detto, impossibile. Le poche accertate sono queste. Con oltre 407
mila dollari di prodotto interno lordo pro capite, la Città del
Vaticano è di gran lunga lo "stato più ricco del mondo", come si
leggeva nella bella inchiesta di Marina Marinetti su Panorama Economy.
Secondo le stime della Fed del 2002, frutto dell’unica inchiesta di
un’autorità internazionale sulla finanza vaticana e riferita soltanto
agli interessi su suolo americano, la chiesa cattolica possedeva negli
Stati Uniti 298 milioni di dollari in titoli, 195 milioni in azioni,
102 in obbligazioni a lungo termine, più joint venture con partner Usa
per 273 milioni.

Nessuna autorità italiana ha mai avviato un’inchiesta per stabilire il
peso economico del Vaticano nel paese che lo ospita. Un potere enorme,
diretto e indiretto. Negli ultimi decenni il mondo cattolico ha
espugnato la roccaforte tradizionale delle minoranze laiche e liberali
italiane, la finanza. Dal tramonto di Enrico Cuccia, il vecchio
azionista gran nemico di Sindona, di Calvi e dello Ior, la "finanza
bianca" ha conquistato posizioni su posizioni. La definizione è certo
generica e comprende personaggi assai distanti tra loro. Ma tutti in
relazione stretta con le gerarchie ecclesiastiche, con le associazioni
cattoliche e con la prelatura dell’Opus Dei. In un’Italia dove la
politica conta ormai meno della finanza, la chiesa cattolica ha più
potere e influenza sulle banche di quanta ne avesse ai tempi della
Democrazia Cristiana.

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