Sintesi del documento dell’ISS che regolerà la fase 2

In questi giorni circolano tanta ironia e tante facezie riguardo il discorso dei congiunti. Qui, per fortuna, ci disintossichiamo da quel rumore di fondo inutile e parliamo di argomenti decisamente più seri, cioè di numeri legati alla sanità e all’epidemiologia.

Come riportato anche in questo post pubblicato sulla piattaforma dell’AGI, Agenzia Giornalistica Italia (https://www.agi.it/blog-italia/scienza/post/2020-04-28/algoritmo-conte-epidemia-8465219/), le riaperture della Fase 2 sono regolate da un modello predittivo con tutti i crismi, elaborato dall’Istituto Superiore di Sanità. Il documento che descrive il modello, inizialmente, doveva rimanere riservato, tanto che, al momento della scrittura di questo post, non risulta neanche pubblicato sul sito ufficiale dell’Istituto. Lo potete trovare presso questi due link:

  1. https://drive.google.com/file/d/1jYLWpSPhrLS38hO3ixSzTPy7obEXoFNH/view
  2. https://www.ilmessaggero.it/uploads/ckfile/202004/Riaperture_report_27222827.pdf

In ogni modo, si è deciso di farlo circolare, probabilmente per dare contezza di quali fossero i numeri in gioco. Trattandosi di tabelle e numeri, purtroppo, se lo sono filato in pochi e i riassunti che ne sono stati fatti riguardano unicamente i casi peggiori. Io sono uno di questi pochi. Inoltre, sono uno di quelli che ritiene che questi numeri, o almeno una loro sintesi, debbano essere messi a disposizione di tutti, in forma un po’ più estesa rispetto ad un mero articolo di giornale.

SUDDIVISIONE DELLA POPOLAZIONE

La popolazione è stata suddivisa in 20 fasce di 5 anni di ampiezza (0-4, 5-9 eccetera), tranne l’ultima, che è un generico over 95 ed include anche gli ultracentenari.
Si è partiti da un modello preesistente che già stimava, per ogni fascia di età, il numero di contatti sociali, distinti in 6 ambiti:

  1. casa
  2. scuola
  3. posto di lavoro
  4. durante l’utilizzo dei trasporti pubblici
  5. nel tempo libero
  6. altri luoghi nella comunità (in pratica, negozi e servizi)

Inoltre, i lavoratori sono stati divisi in 7 macro-settori:

  1. servizi essenziali
  2. salute pubblica
  3. manifattura
  4. commercio
  5. edilizia
  6. alloggi/ristorazione
  7. altro

IMPATTO DELLE RIAPERTURE SUI CONTATTI

Dai dati di mobilità Google, pubblicati nel COVID-19 Community Mobility Report del 16 Aprile, la mobilità è scesa del 90% rispetto ai livelli pre-epidemia.
Quindi, si parte dal presupposto che, durante il lockdown, i nostri contatti siano in media il 10% rispetto a quelli precedenti il lockdown, su tutti quanti gli ambiti differenti da (1) casa e (2) scuola (cioè lavoro, trasporti pubblici, tempo libero, negozi/servizi).

Trasporti pubblici (ambito 4)

INAIL riporta che, in situazioni normali, il 15% dei lavoratori si reca al lavoro con i mezzi pubblici.
INAIL fornisce anche i dati sul numero di lavoratori attivi nei sette settori considerati, suddivisi per età, prima e dopo il lockdown, inclusa la percentuale di lavoratori in modalità tele-lavoro. Dal punto di vista epidemiologico, un tele-lavoratore senza contatti con clienti e colleghi è equivalente ad un lavoratore inattivo, poiché non si reca sul luogo di lavoro e non utilizza il trasporto pubblico.
Riaprendo alcuni settori, per la percentuale di lavori non soggetta a telelavoro, riaumenteranno anche i contatti dovuti al trasporto pubblico.
In base ai dati INAIL, si stima che, con le riaperture previste, i contatti dovuti al trasporto pubblico (ambito 4) diventeranno il 20% di quelli pre-lockdown.

Negozi e servizi (ambito 6)

Riaprendo il settore commerciale e rimuovendo, quindi, le limitazioni alla circolazione che riducono gli spostamenti per gli acquisti, i contatti legati ad altri luoghi (ambito 6, cioè negozi e servizi), torneranno al 100% di quelli pre-lockdown.

Tempo libero (ambito 5)

Per quanto riguarda il tempo libero, non viene presa in considerazione l’attività sportiva collettiva, che si assume rimanga vietata. Quindi, assumendo la sola attività sportiva individuale, si ritiene che non avverrà un aumento significativo dei contatti da attività sportiva.

Vengono prese in considerazione, invece, le riaperture della attività di ristorazione. Dai modelli preesistenti, si evince che il tempo trascorso in luoghi di ristorazione equivale al 24% del nostro tempo libero totale. Poiché, come indicato prima, su tutti quanti gli ambiti differenti da (1) casa e (2) scuola partiamo da una base del 10% di contatti rispetto al solito, il ripristino di questo 24%, vietato prima del 4 Maggio, si sommerà al valore di base, portando i contatti previsti nel tempo libero (ambito 5) al 34% rispetto al solito.

Luogo di lavoro (ambito 3)

L’aumento di contatti sul luogo di lavoro (ambito 3) a seguito delle riaperture, invece, varia in base agli scenari descritti in ogni ipotesi.

Sintesi contatti

In sostanza, riassumendo per ambiti:

  1. casa: invariati
  2. scuola: 0%, tranne nell’unico scenario di riapertura delle scuole, in cui ritornano al 100% del solito dopo l’eventuale riapertura
  3. posto di lavoro: percentuale variabile in base allo scenario
  4. trasporti pubblici: dal 10% del solito durante il lockdown, al 20% del solito dopo le riaperture
  5. tempo libero: dal 10% del solito durante il lockdown, al 34% del solito dopo le riaperture
  6. negozi e servizi: dal 10% del solito durante il lockdown, al 100% del solito con la riapertura totale del commercio (esclusi ristorazione e alberghi, conteggiati alla voce 5)

Questi dati vanno corredati con un’altra riflessione.
Qualunque sia lo scenario di riapertura parziale, l’uso di mascherine e l’abitudine al distanziamento sociale comunque impatteranno sul fattore di trasmissione del virus. L’ISS si aspetta, come minimo, una riduzione del 15% rispetto ai valori pre-lockdown.

STIMA DEI NUMERI REALI DELL’INFEZIONE

Nell’effettuare previsioni epidemiologiche, non si può partire direttamente dai dati rilevati con i tamponi perché, come noto, sottostimano fortemente i numeri reali della popolazione infetta. Di conseguenza, è stato necessario stimare:

  1. Tasso di letalità, cioè rapporto tra morti e infetti (quelli veri, non solo quelli rilevati). Il valore utilizzato è 0.657%. Questo numero, che sembra molto basso, è dovuto al fatto che si tratta di morti PER CoViD-19, non CON CoViD-19. Questo è coerente con quanto già fa l’ISS: i dati della Protezione Civile riguardano i morti CON CoViD-19. Poi, l’ISS si fa mandare le cartelle cliniche dei deceduti e distingue, con un tempo di lavorazione di circa una settimana rispetto al decesso, i casi di compresenza di patologie pregresse da quelli di malati di solo CoViD-19.
  2. Numero degli infetti reali, per ogni regione, estrapolandolo dai decessi PER CoViD-19;
  3. Tasso di notifica, per ogni regione; cioè, che percentuale di pazienti affetti da CoViD-19 (stavolta parliamo di malati, non per forza deceduti, CON CoViD-19) è stata rilevata e notificata al Sistema Sanitario Nazionale rispetto ai realmente infetti. Sappiate che è basso, solo il 6%
  4. Percentuale di popolazione immune, per ogni regione.

SINTESI DEI RISULTATI

Partiamo da questo presupposto: i posti in terapia intensiva, in Italia, sono circa 9000. Qualsiasi scenario che faccia salire l’occupazione delle terapie intensive sopra questo valore è da scartare a priori.
Ergo:

  • NON si possono riaprire le scuole adesso, riaprire tutti i posti di lavoro e rimuovere le limitazioni alla circolazione: 151mila persone in terapia intensiva, su 9mila posti disponibili;
  • NON si possono lasciare chiuse le scuole, riaprire tutti i posti di lavoro e rimuovere le limitazioni alla circolazione, come fu fatto a fine febbraio: 110mila persone in terapia intensiva, su 9mila posti disponibili
  • NON si possono lasciare chiuse le scuole, preservare il telelavoro, riaprire soltanto parte delle attività e rimuovere le limitazioni alla circolazione: 85mila persone in terapia intensiva, su 9mila posti disponibili
  • NON si possono riaprire le scuole ora, preservare il telelavoro e lasciare chiuso tutto il resto come adesso, preservando anche le limitazioni alla circolazione: non ha senso di per sé e, inoltre, avremmo 7500 persone in terapia intensiva, o meglio, tra 4mila e 12mila, quindi un bel rischio per un’opzione poco sensata
  • SI POSSONO riaprire manifattura, edile e commercio legato a manifattura ed edilizia, esclusi mercati e centri commerciali, e permettere l’uso dei trasporti pubblici per le attività essenziali e e per quelle suddette. Così facendo, si riesce a mantenere l’occupazione della terapia intensiva vicino ai 9mila posti (9600 nel caso peggiore tra quelli rientranti in questa ipotesi).

PUNTI DI INCERTEZZA E MONITORAGGIO CONTINUO

Chiaramente, questi risultati sono subordinati a tre punti di snodo:

  1. Quanto impatta, sul fattore di trasmissione, l’uso di mascherine per la popolazione non impiegata nella sanità? Sono stati simulati tre scenari di efficacia (15%, 20% e 25%), poiché non ci sono ancora evidenze scientifiche sufficienti per convergere su un valore ben preciso;
  2. Quale sarà il comportamento delle persone dopo la riapertura, in termini di adesione alle norme sul distanziamento sociale ed utilizzo delle mascherine?
  3. Quanto saranno efficaci le disposizioni per ridurre la trasmissione sul trasporto pubblico?

Questi elementi suggeriscono di adottare un approccio a passi progressivi, in linea con quanto annunciato da Conte nel discorso del 26 Aprile.

L’ERRORE GROSSOLANO NELL’ANALISI DI HOLDING CARISMA

Esattamente il 4 Maggio 2020, sono incappato in un articolo de L’Inkiesta ( https://www.linkiesta.it/2020/04/documento-comitato-tecnico-scientifico-errore-calcolo ), che citava la controanalisi effettuata dal gruppo Holding Carisma. Il post di contro-analisi, al momento della redazione dell’articolo, è reperibile qui: https://www.holdingcarisma.it/it/news/gc_considerazioni_sul_doc_riaperture_comitato_tecnico_scientifico-64.html . Visto che ho già segnalato loro l’errore che sto per spiegare anche a voi, ve ne fornisco anche uno screenshot, perché mi aspetto che possa essere rimosso. Se cliccate sull’immagine, vi si aprirà una versione ingrandibile e leggibile (no, purtroppo non vi si aprirà già ingrandita).

Contro analisi di Holding Carisma

Contro analisi errata di Holding Carisma

Ora, la divulgazione scientifica è un compito faticoso e, se non si capisce ciò che si legge, si diffondono delle castronerie indicibili. Qui, il giornalista de L’Inkiesta si è limitato a riassumere il documento di un gruppo di analisi, Holding Carisma, senza capirlo e senza cogliere l’errore grossolano alla base.

L’errore di Carisma è il seguente: il numero di casi rilevati in Lombardia è già conseguenza del lockdown e, quindi, è già figlio di un numero ridotto di contatti interpersonali.
Quindi, il rapporto che Carisma calcola tra infetti reali (stimati con lo stesso approccio dell’ISS) e persone in terapia intensiva descrive uno scenario con contatti già ridotti.
Se si leggono bene le tabelle, le famose 151mila persone in terapia intensiva, invece, sono relative ad un numero di contatti interpersonali identico a quelli pre-epidemia.

Quindi, senza accorgersene, quelli di Carisma stanno dicendo che, per arrivare a 151mila persone in terapia intensiva con il numero di contatti interpersonali che c’erano in Lombardia durante il lockdown, dovremmo avere una popolazione di 260 milioni di persone 😃 Grazie al cavolo! 😃 Ovviamente, l’affermazione dell’Istituto Superiore di Sanità parte da tutt’altro presupposto, cioè quello del ripristino dei contatti interpersonali ai livelli pre-epidemia.

Un errore di lettura identico avviene quando Carisma parla di “44 scenari su 45 con occupazione ridotta delle terapie intensive”. Anche qui, non si accorgono che quegli scenari presuppongono un numero di contatti interpersonali identico, o di poco superiore, a quelli della fase 1. Quegli scenari, più teorici che pratici, servono a dare contezza di come impatta, sull’andamento dell’epidemia, la singola rimozione di una restrizione. Lo scenario reale, semmai, è quello che si ottiene in fondo alla tabella, in cui la somma delle singole rimozioni porta alla proposta finale dell’ISS, vale a dire ripartenza della manifattura, dell’edile e del commercio legato a questi due settori.

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Cristiano Aresu: la sua indole da informatore scientifico vince sul rigore che dovrebbe permeare le politiche AIFA

Cristiano Aresu (quello del video sull’Avigan) ha parlato dell’Avigan in un live su uno dei suoi profili (ne ha quattro e, essendo uno streamer, è normale).

 

Era un profilo con poca audience, a suo dire: aveva circa 200 amici/follower, come lui stesso riporta. In effetti, nel mondo degli streamer, equivale quasi a “parlare agli amici”. E, come è normale per uno streamer, tutti i contenuti avevano visibilità pubblica. Quel video live sull’Avigan rientrava, sempre a suo dire, in una serie di live in cui mostrava vari piccoli accorgimenti utilizzati in Giappone per semplificarsi la profilassi.
Il tono e le illazioni riscontrabili in quel video, però, tradiscono proprio l’imperizia e la faciloneria con cui anche uno streamer, cioè un power user dei social, ha comunicato: un video del genere, in un momento del genere, è il candidato perfetto per la diffusione.

Ad ulteriore riprova di quello che dico, nel video in cui corregge il tiro e in cui chiarisce alcuni dei punti toccati (consiglio vivamente di guardarlo https://www.facebook.com/100012864362565/videos/897209824051155/, soprattutto se siete stati indotti, col primo video, a pensare che l’Avigan fosse una possibile panacea), l’imperizia emerge tutta, tanto che, più che prendersela con se stesso, all’inizio se la prende con le dinamiche di diffusione.

 

Non è pensabile, neanche per uno streamer amatoriale quale era, non considerare che quelle dinamiche sono un punto di partenza, cioè un fatto di cui tener conto da subito, e non una cosa di cui lamentarsi. Alla fine del video, invece, rimarca maggiormente la propria imperizia. Tenete conto che anche questo video è un live, fatto a braccio, quindi non aspettatevi una coerenza e una fluidità estrema di discorso e di contenuti: si salta un po’ di palo in frasca, ci sono parecchie interruzioni e alcuni concetti vengono ripetuti più volte e con un taglio ogni volta differente.

All’inizio del video, fa una sparata deprimente sul fatto che i “mestieri svolti” (e, aggiungo io, le competenze) non influiscano sulla possibilità di esprimere opinioni fondate su un argomento. Amen. Prendo atto di questa sua naïveté e vado avanti, accontentandomi delle correzioni di tiro sulle informazioni scientifiche.

Fatto sta, come lui stesso afferma nella ritrattazione, nessuno sta nascondendo niente. Aggiungo io: semplicemente, l’Avigan era destinato ad avere, nel futuro, una storia simile a quella dell’antiartritico sperimentato a Napoli, il Tocilizumab. Perché solo nel futuro? Perché, rispetto al Tocilizumab, l’Avigan è un farmaco al quale né le agenzie del farmaco USA né quelle europee hanno ancora accordato la prescrivibilità sul loro territorio
https://www.aifa.gov.it/web/guest/-/aifa-precisa-uso-favipiravir-per-covid-19-non-autorizzato-in-europa-e-usa-scarse-evidenze-scientifiche-sull-efficacia

Comunque, non è un antivirale sconosciuto: nel 2016, è stato testato contro l’Ebola, come si evince nella pubblicazione 158 https://www.inmi.it/pubblicazioni-2016

E non è neanche l’unico. Non posso fornire la fonte da cui ho estrapolato quello che sto per scrivere, perché il contenuto è tratto dal messaggio di un luminare di farmacologia all’interno di un gruppo FB privato. Come potete immaginare, non posso neanche allegare una foto: credo che quest’ultimo atto, in particolare, costituirebbe reato. Nel dubbio, evito anche solo di indicare il nome di chi l’ha detto. Mi limito a dire che è un docente universitario di Farmacologia e a riferire il contenuto, cioè che, oltre all’Avigan, ritenuto “interessante” da questa fonte, stanno per uscire anche studi sul Remdesivir e su un anticorpo monoclonale prodotto in Olanda.

Insomma, nessuno nasconde niente. Semplicemente, nel farmaceutico, visto che si parla di sostanze con effetti collaterali che possono essere peggiori del male, le cose si fanno per bene, con i giusti tempi e le giuste revisioni.

A maggior ragione, il fatto che l’AIFA abbia autorizzato l’Avigan ( https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_marzo_23/avigan-via-sperimentazione-17ada1f4-6d19-11ea-ba71-0c6303b9bf2d.shtml ) due giorni dopo il video, in un contesto dove ci sono altre due opzioni in analisi, vuol dire due cose:

  1. possibilità più grave: all’AIFA dormono sul serio e Aresu li ha “svegliati” (lo dico più per scherzo che per altro, spero vivamente che non sia così);
  2. possibilità deprimente: l’AIFA ha deciso di liberarsi dalla pressione mediatica e politica, per cui, trattandosi di un farmaco di cui comunque si stava occupando, ha preferito saltare qualche passaggio e avviare la sperimentazione, per levarsi di dosso il problema.

Anche Open, in un articolo migliore della sua media ( https://www.open.online/2020/03/22/coronavirus-avigan-o-favilavir-il-farmaco-giapponese-che-vi-nascondono-e-efficace-non-e-come-la-raccontano/ ), ricostruisce:

  1. il contesto in cui si inserisce il primo video di Aresu
  2. la situazione dell’epidemia in Giappone
  3. l’uso di Avigan in altri Stati

A quello che dice Open, aggiungo un elemento, presente nel secondo video di Aresu: in Giappone stanno riaprendo le scuole, pian piano e non tutti assieme (notizia di cui ho trovato conferma qui: https://asia.nikkei.com/Spotlight/Coronavirus/Japan-quietly-reopens-as-much-of-world-locks-down )

In tutto ciò, qual è l’autorevolezza di Aresu? Perché sì, magari è una persona informata, ma quanto ci ha capito delle informazioni che ha letto/sentito/trovato? Risposta breve: non è l’ultimo dei fessi, ma soffre di un bias professionale. Qui di seguito, argomento in maniera più estesa.

Come lui stesso riporta, è un laureato in farmacia non iscritto all’albo (sensato, se non si vuole aprire una farmacia), che ha lavorato come informatore nell’ambito dei prodotti chirurgici e che, da sei mesi a questa parte, ha deciso di cambiar vita e di aprire un pub. Quindi, le basi scientifiche le ha. Di contro, per il percorso lavorativo che ha fatto, incentrato sulla vendita e non sulla ricerca, è distante dal mondo di chi fa pubblicazioni scientifiche. In particolare, è distante da quella abitudine, che va costantemente allenata, al rigore estremo nella conduzione di uno studio, nella revisione degli studi e nella revisione della letteratura scientifica.

Quindi, in pratica, cosa ha fatto? Detto terra terra, ha fatto il suo vecchio “mestiere”: ha “venduto” un farmaco, nel modo più assertivo possibile. Quindi, il suo vecchio “mestiere” l’ha fatto pure bene! E, poiché non nasce come accademico, ma come informatore al soldo di un’azienda, si è comportato anche stavolta da informatore: ha “venduto” le conoscenze acquisite dalla prima fonte affidabile (e sottolineo affidabile: è un “buon venditore”, non un cazzaro), come si farebbe con l’azienda per quale si lavora, senza preoccuparsi della presenza di eventuali alternative. La differenza è che questa volta non ne ha tratto una provvigione, come avviene agli informatori: semplicemente, ha seguito la sua indole e ha perorato una causa, replicando le modalità del lavoro precedente.
Tale indole emerge anche quando riceve in diretta la notizia che l’AIFA ha dato l’ok per l’inizio della sperimentazione sull’Avigan. Insieme ai suoi follower, esulta e celebra la scelta dell’AIFA come una vittoria sua e di coloro che l’hanno sostenuto; la ritiene, cito testualmente, una vittoria “di popolo”, perché figlia di una richiesta ragionevole arrivata dal basso. In questo, assomiglia molto ai team di commerciali che festeggiano quando, grazie a loro, l’azienda per cui lavorano si aggiudica una grande vendita o raggiunge un grande obiettivo di fatturato: non festeggiano la vittoria della migliore opzione possibile, ma unicamente la propria vittoria. Spesso hanno una conoscenza delle altre opzioni nulla, vaga o molto mediata dalle comunicazioni interne, quindi neanche hanno i mezzi e l’attitudine per sapere quale sia realmente la migliore. Si concentrano solo sulla propria e festeggiano unicamente il suo successo. È esattamente quello che è accaduto stavolta, solo che non c’era di mezzo un prodotto e un’azienda, ma una convinzione personale basata su una visione limitata e un gruppo di sostenitori.

Emerge chiara, in questo aspetto comportamentale, la differenza con l’altra fonte, che ho dovuto lasciare anonima. Infatti, l’altra fonte, essendo un accademico, peraltro di alto livello, che non deve vendere nulla a nessuno, ha elencato tre alternative (Avigan, Remdesivir e anticorpo monoclonale), senza metterne nessuna al primo posto, proprio perché tutte e tre caratterizzate da dati promettenti ma incompleti.

Ci sta che, presso un pubblico non addentro alla materia, possa vincere l’assertività di Aresu, anziché l’esaustività di un accademico di alto livello. Semmai, è veramente deprimente che, purtroppo, tale assertività abbia prevalso sull’esaustività anche all’interno dei meccanismi decisionali dell’Ente che si occupa dell’ingresso dei farmaci sul territorio italiano.

A questo punto, come non essere d’accordo con Burioni:


Lo “sconosciuto”, proprio perché non è un incompetente totale, ma un competente parziale dotato di assertività (concetto che, ad occhio, sintetizza la figura professionale della stragrande maggioranza degli informatori), ha “venduto” all’opinione pubblica una soluzione verosimile, facendola prevalere senza ragioni scientifiche su altre avente pari dignità. Che poi, permettetemi l’ironia facile ma ben fondata, è esattamente il lavoro dei commerciali, non solo in ambito farmaceutico! 😀

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Pi: l’alternativa al Bitcoin ecologica, planet-friendly e veramente decentrata

Pi, da pronunciare in inglese come “pie”, è una criptovaluta lanciata da un gruppo di PhD di Stanford (sito web: https://minepi.com/). La blockchain su cui si fonda si chiama Stellar Network e, come si evince dal whitepaper, è basata su pubblicazioni scientifiche precedenti dell’Università di Stanford.
La somiglianza fonetica tra Pi e pie è un 
gioco di parole deliberato, il quale mira a far intendere che ad ognuno spetterà il proprio “pezzo di torta”.

Le differenze con Bitcoin sono tre e sono anche piuttosto marcate:

  1. la probabilità di minare non è legata alla capacità di svolgere calcoli ad alto carico di CPU. Il bisogno di alta capacità computazionale è il limite più grosso di Bitcoin, tanto da averla resa una valuta che, nella pratica, è producibile soltanto da pochi grandi centri di calcolo, dotati di hardware importante e che costano, in termini di bolletta dell’energia elettrica e di impatto ambientale, cifre non banali. Invece, Pi si mina da cellulare, proprio perché non richiede consumi di CPU differenti da quelli di una normale navigazione. Questo aumenta enormemente anche il throughput della piattaforma: la rete Bitcoin registra una transazione ogni 10 minuti, la Stellar Network registra una transazione ogni 3/5 secondi
  2. La quantità massima di moneta circolante non è fissa, ma legata al numero di nodi presenti nella Stellar Network. La relazione tra numero di nodi e massa monetaria massima, chiaramente, non è lineare: il rapporto tra nodi e massa monetaria massima decresce in maniera logaritmica, in modo da preservare il valore della criptovaluta man mano che la base di utenti cresce, ma senza imporre quella scarsità estrema che, unità al punto di prima, ha reso il Bitcoin soggetto a tesaurizzazione
  3. In Bitcoin, i nodi competono per minare ed ogni challenge può essere vinta da un solo nodo. Di conseguenza, un nodo ospitato in una farm ha una probabilità di vittoria molto più alta di un utente singolo che si appoggia al suo serverino o al suo Raspberry. In Pi, invece, tutti i nodi attivi ricevono quotidianamente una frazione della massa monetaria messa a disposizione. Nessuno rimane a bocca asciutta e non è l’hardware a propria disposizione a determinare quanto se ne può ricavare. Citando gli estensori del whitepaper, a tutti toccherà la propria “fetta di torta”. La dimensione di questa fetta potrà variare da nodo a nodo, in un modo che dettaglierò successivamente

Ma quindi, in pratica, come si mina? Qual è l’azione che devo compiere in favore della rete in modo da ottenere un reward? (alla fine, è questa la domanda che sta alla base di tutte le valute basate su blockchain)

La risposta più immediata che si evince dal whitepaper è che, in prima istanza, come ogni blockchain, anche Stellar Network è basata su quorum e consensi. Il solo ingresso di un nuovo nodo nella rete rende più stabile è affidabile il meccanismo di quorum e consenso. Quindi, già per il solo fatto di essere un nodo nella rete, Pi attribuisce quotidianamente un reward.

La seconda cosa che si evince dal whitepaper, anche se in maniera più sfumata, è che Pi intende premiare ogni forma di contributo alla piattaforma, compreso il tempo speso su di essa.

Il meccanismo ha analogie parziali con i social network: quanto più tempo passiamo sul social network, quanto più interagiamo, tanto maggiori sono dati i che forniamo sui nostri comportamenti e tanto maggiore è la probabilità che clicchiamo su un link sponsorizzato. Il social network ha tanto più valore quanti più utenti ha e quanto più riesce a tenerli attivi sui social. Non a caso, tutti i social network maggiori, nella selezione dei contenuti di interesse, utilizzano approcci a “ricompensa variabile” (in inglese “variable reward”), mostrando un link/contenuto interessante ogni tot non interessanti. Studi condotti sui piccioni e applicati all’uomo dimostrano che la variabilità della ricompensa aumenta la compulsività nella ricerca della ricompensa.
(https://www.raiplay.it/video/2018/10/Presa-Diretta-Iperconnessi-a5d6226e-1fd2-450d-a8e7-ecd622413b20.html)

Nel social network, però, il rapporto è squilibrato: noi, semplicemente, “perdiamo tempo” nel soddisfare una nostra pulsione di condivisione, di interazione o di curiosità; il social network, nel frattempo, accumula e tiene per sé tutto il valore economico delle informazioni, da noi compulsivamente concesse, riguardo i nostri interessi e i nostri comportamenti.

Fermo restando che, trattandosi di una fase preliminare, non è ancora chiaro quali saranno i modi di spendere tempo sulla piattaforma, il whitepaper di Pi spiega chiaramente che il valore economico del tempo trascorso sulle piattaforma ritornerà come reward all’utente che l’ha speso. Rispetto ad un social network, in cui “perdiamo tempo” senza troppi patemi d’animo, il rapporto è molto più equilibrato.

In cosa consiste, di preciso, il tempo da trascorrere su Pi? Anche qui, trattandosi di una fase preliminare, il whitepaper si mantiene generico: per ora, l’unico modo di investire tempo su Pi sembra quello di partecipare agli sviluppi e/o alle discussioni della community. È molto probabile, però, che ci saranno delle evoluzioni su questo punto.

Di sicuro, il fatto che l’azione da compiere in favore della blockchain consiste nel mettere a disposizione tempo e non calcoli su CPU è proprio l’aspetto più in linea con la prima differenza individuata rispetto a Bitcoin. Trascorrere tempo su una piattaforma non necessita di alte potenze di calcolo: basta anche solo un cellulare. Questo principio è talmente radicato nella strutturazione di Pi che, al momento, Pi è minabile solo da cellulare; la creazione di nodi su sistemi operativi tradizionali arriverà in un secondo momento. In ogni caso, verrà mantenuto il principio per cui non si minerà con operazioni CPU-intensive.

Per limitare ulteriormente la nascita di farm e l’accumulazione di valuta in poche mani, sono stati presi altri tre accorgimenti:

  1. Ad ogni account può essere associato un solo cellulare
  2. Si ottengono reward aggiuntivi solo fino al quinto referral. Si possono invitare ulteriori persone, ma non ci saranno reward maggiori
  3. I reward per i referral non sono piramidali

Il principio di tradurre il tempo in valore e le misure prese per evitare concentrazione e tesaurizzazione rendono questa criptovaluta molto interessante.

Inoltre, le preoccupazioni riguardo gli stratagemmi che la piattaforma utilizzerà per indurre gli utenti a trascorrervi del tempo hanno un valore abbastanza limitato. Chi utilizza Facebook, ad esempio, già regala ad una piattaforma il proprio tempo e i soldi che ne derivano. Molti utenti lo fanno senza troppi patemi d’animo, nonostante siano già emersi in toto i lati oscuri del valore economico legato al nostro tempo trascorso sui social. Oppure, peggio ancora, molti utenti lo fanno nonostante tutti i patemi d’animo legati a tali lati oscuri. A questo punto, però, se volenti o nolenti siamo disposti a stare su Facebook, non c’è nessuno buon motivo per non essere disposti a stare su Pi. Almeno, nel caso di Pi, addirittura se ne guadagnerebbe qualcosa (il suddetto “pezzo di torta”).

Proprio perché Pi premia il tempo trascorso in favore della piattaforma, è presente un meccanismo di referral. Io stesso vi sono entrato in questo modo, per indicazione di un conoscente diretto e per mia curiosità riguardo il mondo delle criptovalute. Ho letto con attenzione il whitepaper, che parte discorsivo e poi diventa leggermente più tecnico; alla fine della lettura, ho deciso che valeva la pena fare il tentativo. Male che andrà, avrò perso una piccola quota di tempo della mia vita; di certo, non la quantità abnorme di tempo, soldi ed energia elettrica che sarebbe necessaria per minare Bitcoin senza neanche riuscirci.

Se vi ho incuriosito, fate come me: date un’occhiata con calma, leggete il whitepaper e, se vi convince, iscrivetevi usando il referral code di chi ve l’ha segnalato, come da buona netiquette 💪💪💪

Buona fetta di torta!

REFERRAL LINK: https://minepi.com/alessandrotucci
REFERRAL CODE: alessandrotucci

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Prof.ssa Dell’Aria: video discutibile, sospensione folle, ma il rischio legato alle politiche identitarie è reale

Questo video mi riporta indietro di 18 anni 🙂 (vado per i 34).

Nel guardarlo, mi reimmergo nell’atmosfera della didattica della scuola superiore, molto più orientata all’analisi delle analogie che all’analisi delle differenze. Anzi, questa preferenza, nella scuola, viene coscientemente rimarcata, battendo il tasto sul fatto che gli intellettuali sono, citando la mia professoressa di Lettere, quelli con le antenne più sensibili, cioè coloro in grado di cogliere per primi le dinamiche sociali e le analogie, spesso sottili e sottotraccia, tra fenomeni storici. Quasi onnipresente, e sciorinata in varie forme, è la concezione dei corsi e ricorsi storici formalizzata da Giambattista Vico. Questo video è figlio dell’approccio didattico appena descritto e, che lo si condivida o no, faccio veramente fatica a ravvisare le motivazioni per la sospensione della docente che l’ha fatto esporre.

Di contro, eviterei di cadere nel tranello di rendere questa decisione figlia del clima politico degli ultimi due anni: molto più semplicemente, questa decisione è figlia di una dirigenza con poco spessore, che avrebbe agito in questo modo a prescindere dal periodo storico.

Invece, a prescindere da almeno un paio di accostamenti forzati che vedo nel video, farei emergere un altro aspetto, anch’esso molto presente nella didattica delle scuole superiori, di cui il video è pregno e sul quale vorrei riflettere: se richiamiamo alla mente i nostri studi di storia delle scuole superiori, ci accorgiamo che, tutte le volte che i popoli hanno preferito concentrarsi su questioni identitarie e hanno ritenuto più urgente cercare motivi di differenziazione con il prossimo, piuttosto che motivi di collaborazione, cooperazione o integrazione (eventualmente a scapito delle proprie peculiarità), l’escalation di eventi che ne è conseguita è stata nefasta. In generale, direi proprio che le questioni identitarie sono le più esplosive e le più pericolose possibili su cui un popolo può soffermarsi e su cui un governo può costruire una narrazione.
Sono pericolose ed esplosive sia se vengono poste beceramente con un approccio “loro contro noi”, sia se sono poste in maniera più ragionevole, ponendo l’accento, ad esempio, sulle grosse differenze in fatto di rispetto dei diritti individuali, e pretendendone l’accettazione in toto da parte di chi viene a vivere in Europa. Quest’ultimo approccio, per quanto ragionevole e da perseguire nella prassi, è comunque pericoloso se inserito in una comunicazione politica perché, alla lunga, si sedimenta con effetti analoghi al primo, generando razzismo becero al di là delle intenzioni ragionevoli.

Per questo motivo, le questioni identitarie vanno scacciate con forza in ogni caso dall’agone politico e, al limite, vanno ricondotte su un altro piano, quello della legalità e della certezza della pena. Del resto, buona parte dei nostri principi di rispetto dell’individuo è stata anche convertita in legge, per cui gli strumenti d’azione li abbiamo. Inoltre, spostare la questione sul piano legale, sia dal punto di vista comunicativo, sia dal punto di vista pratico, permette di raggiungere gli stessi obiettivi senza incappare in discriminazioni o, nel caso migliore, nella degenerazione del messaggio sopra descritta.
Il problema vero è che, su questo punto, chiaramente “casca l’asino”, perché il problema della certezza della pena riguarda tutti e, soprattutto, ci riguardava ben prima di essere interessati dal fenomeno migratorio. Spiegherò con un paradosso ciò che intendo.

Infatti, permettere allo Stato di monitorare con più efficacia gli aspetti comportamentali dei cittadini, sia nei confronti degli Europei, sia nei confronti di chi introduce elementi culturali differenti meno attenti all’individuo, vuol dire permettere allo Stato di entrarti “in casa” e nella vita personale, tramite le forze dell’ordine o gli assistenti sociali (soprattutto questi ultimi), e permettergli di monitorare:

  1. come gestiamo il rapporto con partner, figli e vicinato;
  2. se siamo inclini a grandi o piccoli reati. Non solo spaccio e prostituzione, ovviamente, ma anche piccoli favori, piccoli impicci, piccole ruberie e altri espedienti di sussistenza che causano un danno sistemico ed erariale.

E qui, ricasca l’asino: bisogna ammettere che provvedimenti del genere, nei confronti “loro”, appaiono quasi rassicuranti e forieri di un assoggettamento, anche forzato, alla nostra cultura, che ci porta a dire “ben venga”. Il problema è che, in realtà, questi provvedimenti andrebbero applicati anche a “noi”. A questo punto, ve li immaginate gli assistenti sociali che, “per ogni minima cavolata” (che è come la vedrebbe la maggior parte di noi), ci piombano in casa a farci le pulci? Vi immaginate la finanza che viene a farci un controllo per quella cifretta in nero versata all’agenzia immobiliare, al notaio, al medico, all’idraulico eccetera, allo scopo di risparmiare qualcosa? O la Polizia che comincia a farci domande su quella volta che abbiamo “regolato privatamente” , cioè con le “mazzate”, uno sgarbo, magari con l’aiuto di amici o parenti?
Del resto, a quel punto, non verrebbero controllati solo matrimoni combinati o sottomissioni delle donne all’uomo. A quel punto, verrebbe controllato tutto, anche i nostri comportamenti apparentemente disfunzionali.
Appare molto meno accettabile, adesso. Per di più, oltre a subire un’intrusione nel privato come minimo “fastidiosa” e, a dirla tutta, troppo vicina a quella di un regime totalitario, potremmo scoprire di essere noi per primi ben lontani da quella che definiamo “la nostra cultura”.
Ma, tanto, concorderete con me che quest’ultima eventualità sarebbe molto rara, poiché “noi” siamo ampiamente al riparo da storture comportamentali e culturali… 😉
Provocazioni a parte, la domanda da farsi è sempre quella: come mi sentirei se il presunto colpevole, magari senza esserlo, fossi proprio io? O, peggio ancora, se fossi anche veramente colpevole, ma sentissi di avere quelle solite giustificazioni spicciole autoassolutorie o di sussistenza?

Appare chiaro, quindi, come la comunicazione e l’azione politica si siano orientate su un approccio allo stesso tempo più becero e più deresponsabilizzante.
Dico deresponsabilizzante perché lo sforzo di integrazione ed assoggettamento, come mostrato, costringerebbe noi per primi ad essere cittadini migliori di quanto pensiamo. Invece, anche solo leggendo quanto scritto, appare evidente quanto pesanti e frequenti sarebbero le incursioni dello Stato nella nostra vita privata, allo scopo di allinearci veramente a quella che definiamo “la nostra cultura”. E, umanamente lo capisco, nessuno ha voglia di far questo, visto l’appena dimostrata tendenza ad essere, mi si perdoni il francesismo, “occidentali col culo degli altri”.
Dico becero perché, con gli accordi Gheddafi-Berlusconi, con gli accordi di Minniti e con la comunicazione e la “chiusura dei porti” salviniana, accettiamo supinamente l’atteggiamento dello struzzo. Visto che quella gente non vogliamo vederla in Italia, perché “tutta l’Africa in Italia non c’entra”, visto che non vogliamo neanche vederla morire in mare (anche se, purtroppo, ci sono più sadici di quanti pensiamo), allora abbiamo avallato l’idea di farla morire in Libia, ma senza vederla. A questo punto, il problema non è neanche più Berlusconi o Minniti o Salvini. Il problema siamo noi, il problema è la nostra coscienza collettiva che accetta, vigliaccamente, di preservare lo stato corrente e di nascondere a se stessa le conseguenze, facendo ammassare persone (il fatto che siano poverissimi o che siano la classe media, come fa emergere la Gabanelli, è completamente irrilevante) nei campi libici e “cavoli loro della fine che fanno”.
Già negli anni ’30 e ’40, decidemmo collettivamente, come Europei, di accettare le discriminazioni e i rastrellamenti degli ebrei, senza indagare o farci pesare più di tanto la fine che facevano, perché il fatto che tendessero ad operare come casta una chiusa li rendeva invisi a molti. Allo stesso modo, oggi, accettiamo nuovamente discriminazioni e segregazioni (al posto dei rastrellamenti) degli immigrati di origine africana e/o religione musulmana, perché introducono elementi comportamentali e culturali che, a ragione o a torto, possono risultare fastidiosi.

In quest’ottica, i paralleli tra gli avvenimenti riportati nei video risultano calzanti, non tanto per quanto riguarda il testo delle leggi o il contesto dei singoli provvedimenti, ma per la temperie culturale di insofferenza che porta a ignorare, minimizzare, e a volte, augurare (non sto esagerando), sofferenze e atrocità.
E’ giusto che ci diano fastidio:

  • i matrimoni combinati della cultura indiana;
  • la compravendita delle spose di alcuni popoli nordafricani;
  • sentire uomini che ritengono che la donna non debba né lavorare né guidare, che debba solo obbedire e che, a malapena, debba uscire a far la spesa;
  • le pratiche atroci della mafia nigeriana, un misto di delinquenza e religione tribale, che fanno sembrare angioletti gli ‘ndranghetisti;
  • lassismo e vizio di camminare a bordo strada, anche di notte, senza pettorine di molti ragazzi dell’Africa equatoriale.

Abbiamo già gli strumenti per contrastare, con sanzioni amministrative o pene, tutti questi comportamenti disfunzionali. Stando attenti ad assicurare la certezza della pena, tutti quei comportamenti, anche di origine culturale, che vanno contro la nostra cultura o il nostro senso comune, verrebbero eradicati nell’arco di due generazioni, senza la necessità di campagne comunicative discriminanti, con l’ulteriore vantaggio di ripianare anche le storture comportamentali degli autoctoni.
Invece, al momento, abbiamo fatto un doppio errore:

  1. Siamo stati lassisti, creando delle sacche di illegalità in cui hanno sguazzato sia gli europei in difficoltà, sia i migranti che non sono riusciti ad integrarsi nel tessuto lavorativo (eventualità che, provenendo da una situazione già di difficoltà come quella di una migrazione, diventa di maggiore probabilità). Con questo lassismo, abbiamo lasciato le periferie in balia della delinquenza più o meno spicciola che, per il motivo detto in precedenza, è sempre più costituita da persone non europee. Attenzione, non dobbiamo essere ottusi al contrario: non sto dicendo che molti immigrati sono delinquenti, perché questo è falso; sto dicendo che molti delinquenti sono immigrati, e che la loro quota è in crescita. Questo è innegabile.
  2. Anziché efficientare la rete di controllo su tutta la popolazione, affiancando il tutto con una campagna equilibrata, ora stiamo anche inseguendo il malcontento delle periferie, con campagne di comunicazione che puntano il dito specificatamente contro una fascia di popolazione. Così facendo, il clima di intolleranza sta salendo in maniera vertiginosa, soprattutto nelle periferie dove era già alto, creando barriere a priori tra noi e “loro”, a prescindere dalla buona volontà di questi ultimi e a prescindere dalla presenza, in “loro”, di eventuali comportamenti che avremmo definito fastidiosi. Stiamo creando un clima che ha due effetti nefasti:
    1. induce gli Europei a non curarsi delle condizioni disumane di chi staziona in Libia, aumentando il favore con cui vengono accolte politiche di controllo della migrazione (tra l’altro, l’Italia è l’unico Paese dove almeno ci poniamo il dubbio se accogliere o meno, negli altri Stati esistono solo vie formali per l’ingresso. Sembra paradossale, ma l’Italia è ancora un avamposto di civiltà);
    2. peggio ancora, rende la vita ulteriormente più difficile agli stranieri già presenti in Europa, creando negli immigrati di prima e seconda generazione un substrato di rivalsa e di odio. Questi ultimi, quindi, anziché tendere ai nostri comportamenti e rimuovere dalla propria quotidianità gli atteggiamenti meno compatibili con la nostra cultura, reagiscono anche loro in maniera identitaria e cominciano ad esibire le proprie peculiarità come un vessillo, entrando anche loro nella pericolosa dinamica di contrapposizione identitaria.
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amethyst-platform1Ho selezionato i contenuti di maggior qualità che ho trovato in rete, per quanto riguarda il
referendum contro la modifica dei tempi di gestione concessioni petrolifere. No, non userò lo slogan #stoptrivelle perché, nonostante la vulgata, le trivelle non sono oggetto del referendum! 😀 Nei pozzi interessati del referendum, le trivelle sono ormai passate parecchi anni fa, durante la fase di scavo, e da altrettanti anni sono state rimpiazzate dai tubi di estrazione! 🙂
Quindi, per ripulire il dibattito e la riflessione da immagini totalmente inutili alla comprensione, togliamoci dalla testa trivelle, fusilli, sorelle, catastrofi occupazionali ed altre amenità comunicative.

Come al solito, trovare contenuti di qualità decente, nonché accessibili ad un non esperto, è complicatissimo. La partigianeria, il conformismo e la parola vacua la fanno da padroni, soprattutto nei testi prodotti dalla parte politicamente più rumorosa.
Invece, in queste tre produzioni, si mantiene un livello sufficiente di serietà, almeno secondo il mio parere di lettore non esperto.

1. Intervista al giurista che ha proposto il referendum riguardante le concessioni petrolifere. Articolo giornalistico con argomenti concreti a supporto della tesi, dal tono talmente serio e moderato da apparire quasi imparziale 😀 http://www.internazionale.it/notizie/2016/03/23/trivelle-referendum-quesito-spiegato

2. Articolo estremamente esaustivo, forse il migliore in quanto a completezza dei contenuti. La tesi e l’antitesi sono argomentare dal punto di vista politico, tecnico, sociale ed economico. Il punto di vista dell’autore, favorevole al no, emerge solo alla fine, rendendo questo articolo un testo argomentativo quasi da manuale. La qualità della costruzione, però, pone questo contributo quasi al livello di un articolo imparziale: http://stradeonline.it/innovazione-e-mercato/1939-il-referendum-del-17-aprile-da-cima-a-fondo

3. Articolo di parte, a sostegno del sì al referendum, uno dei pochissimi che risulti anche ben scritto e con dati a sostegno (dati, peraltro, parzialmente contestati nei commenti, sui quali vi consiglio di dilungarvi un po’ nella lettura) http://ilcappellopensatore.it/2016/03/referendum-trivelle-chiariamoci-idee/

4. Articolo di parte, a sostegno del no al referendum. Concordo a sufficienza con gli argomenti, molto meno con il tono, che trovo troppo aggressivo soprattutto nel finale. Per fortuna, la concretezza delle argomentazioni non viene annullata da una tendenza al dileggio man mano più marcata: http://stradeonline.it/innovazione-e-mercato/1902-il-cervello-accenderlo-non-consuma-petrolio

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Dipré & Tommasi: non circonvenzione di incapace, ma marketing web tra persone consenzienti

L’ultima cosa che avrei pensato di inserire in questo blog è un articolo riguardante le gesta di Andrea Dipré e Sara Tommasi. Anzi, nell’ultimo periodo, mi rifiutavo di guardare i video dell’avvocato, sia per evitare di contribuire al dileggio di quella che ritenevo una persona incapace di intendere e volere, sia per evitare di generare introiti al canale Youtube di Dipré tramite “i suoi mezzucci”.

Spinto da un amico, però, stavolta sono venuto meno ai miei propositi. Vi cito le sue parole:

Solo un genio poteva segnare un limite del trash così basso nell’era del trash. Lui ci è riuscito. Applausi. [..] Pensavamo di essere assuefatti al trash. Questo video segna un’epoca. È sociologia pura. Descrive ciò che siamo più di qualsiasi tipo di letteratura.

Chi mi conosce sa che un’argomentazione del genere, per me, è irresistibile. Quindi, ho visto il video e, sin dai primi secondi, ho abbandonato immediatamente ogni moralismo. Qui Dipré, oltre a far fare al suo trash il tonfo di qualità di cui parla l’amico mio, ha fatto venire allo scoperto la sua operazione di web marketing. Ma bando alle ciance, per ora. Buona visione, riprenderemo il discorso dopo il video.

Guardate il video con distacco. Se non l’avete guardato con distacco, abbandonate un attimo la compassione umana per “la povera Sara Tommasi” e provate un approccio più analitico.

Adesso, ripensate al percorso della coppia Dipré-Tommasi sul web nel suo insieme. Ripensate alla sequenza delle loro pubblicazioni. Chi ha visto Dipré in passato, sa già che lui conosce perfettamente i meccanismi con cui si costruiscono dei personaggi sul web. Dipré ha una piena padronanza del trash, proprio perché è il trash fatto persona.

Ora, dopo questa pubblicazione estrema, comincio a pensare che la Tommasi non sia più la persona incapace di intendere e volere che era in passato, ma che abbia capito con chi ha a che fare e che ne abbia sposato appieno il progetto, decidendo di non mettere una pietra sopra ai propri trascorsi, ma di sfruttarli, insieme alle idee di Dipré, per far soldi.

Non mi stupirebbe se Dipré e Tommasi fossero soci in affari e se emergesse che sanno entrambi molto bene quello che fanno. Con tutte quelle visualizzazioni, tra l’altro, scatta il partenariato con Youtube, il che vuol dire guadagno ad ogni visualizzazione.

Consideriamo che, senza collaborazione attiva da parte della Tommasi, e se ci fosse stata anche la più minima interferenza da parte del mondo esterno (famiglia Tommasi, in primis), non sarebbe stato possibile realizzare questo video, e non sarebbe neanche uscito. “E il film porno?”, mi chiederete, “Anche quello uscì”. Sì, è vero, ma c’è anche da dire che alcune delle persone coinvolte nella produzione e nella ripresa furono arrestate pochi mesi dopo. Invece, nonostante si parli da parecchio tempo di circonvenzione di incapace, Dipré è ancora a piede libero. Perché non è mai partita un’azione penale al riguardo? Perché quest’ultimo video è lì, indisturbato? La risposta che mi sono dato è la seguente.

Se “nessuno aiuta la Tommasi”, è perché lei ha deciso di fare la diva del trash come lavoro.
Se “nessuno aiuta la Tommasi”, è perché chi le sta vicino sa, a differenza nostra, che lei sta lavorando e che sta costruendo un personaggio con cui far soldi per un po’.
E se “nessuno denuncia e nessuno interviene”, è perché, probabilmente, quello tra Dipré e Tommasi è un rapporto di lavoro certificato, in cui Dipré organizza l’aspetto del marketing web e la Tommasi si presta scientemente ad un ruolo.

Del resto, è il mondo dello spettacolo, cari lettori. È un mondo dello spettacolo alternativo a quello delle TV ed alternativo anche a quello dei locali, ma sempre mondo dello spettacolo è. È una nicchia di espressione differente, che però funziona con gli stessi meccanismi di finzione e costruzione del personaggio.

Ripenso, inoltre, all’intervista con la Lucarelli, una delle più grandi influencer web. Secondo me, quello è stato un colpo di genio e la Tommasi è stata un’ottima interprete: quell’intervista sarebbe diventata inevitabilmente virale e la Lucarelli, data la sua logorrea web (qualità indispensabile per il suo lavoro), non avrebbe potuto non scriverne.

Insomma, secondo me, qui non siamo davanti ad una circonvenzione di incapace. Dipré è diventato un genio del web marketing e della viralità e, secondo me, la Tommasi ne ha sposato SCIENTEMENTE il progetto. Poi, magari, fanno anche una vita dissoluta. Ma lo fanno da persone coscienti e consenzienti, secondo me.

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La controinformazione e la teoria della montagna di merda

Chiunque di voi ha letto i miei articoli in passato, noterà che questo post contrasta un po’ con le mie produzioni più datate. La stessa cosa verrà notata da chi, per qualche strano motivo, decidesse di farsi un giro sul mio blog e vedere cosa scrivevo quattro anni fa 😀 In ogni caso, la risposta è la stessa: col tempo si cresce, si matura, si mette da parte un po’ di massimalismo imberbe, si conosce meglio il mondo e, quindi, se ne parla anche con più cognizione di causa, abbandonando man mano i semplicismi e le visioni aprioristiche da giovane studente.

Dopo quasi un anno di silenzio, spinto da quattro letture avvenute per puro caso nella tarda serata di oggi, ho deciso di parlare di controinformazione. Per completezza, riporto gli articoli a cui mi riferisco:

Questi quattro articoli, estremamente correlati tra di loro, hanno costituito una lettura molto piacevole, della durata di 15 minuti, riguardante storia e stato attuale di complottismi, bufale e satira, e che ha approfondito criticità che emergono quando un’utenza priva della necessaria attitudine al filtraggio ha a che fare con questi contenuti.

Visto il mio passato di lettore di controinformazione in ambito geopolitico ed economico, questa lettura è stata una sorta di amarcord, che mi ha portato a ricordare quale è stato il mio rapporto con la controinformazione, come ne sono uscito e quali sono state le riflessioni, invero piuttosto amare, che ne sono scaturite.

Quando ancora fruivo di controinformazione in ambito geopolitico ed economico, ad un certo punto ho sbattuto il naso contro il fatto che, quando parlavo di quei temi con chi quella roba l’aveva studiata, mi ritrovavo a non capire nulla delle risposte che mi venivano fornite, soprattutto quando si trattava di economia. La mia comprensione nulla non era dovuta al fatto che i passaggi della risposta erano logicamente scorrelati, ma al fatto che l’esperto “andava veloce” e io non avevo conoscenze pregresse sufficienti per legare tra loro i concetti della risposta.

Ogni volta, ogni singola volta, la semplicità delle argomentazioni che leggevo e riproponevo contrastava con la complessità delle risposte utilizzate per confutarle. Man mano, quindi, le analisi contenute nelle mie letture mi apparirono sempre più semplicistiche.
Inoltre, mi accorgevo del fatto che chi mi rispondeva usava un taglio analitico molto differente da quello usato nelle mie letture: in particolare, gli elementi alla base del suo ragionamento erano realmente “elementari” e numerosi, a differenza degli assiomi piuttosto grossolani e delle “reductio ad unum” largamente presenti nella controinformazione.

Decisi di smettere completamente con la controinformazione quando, durante il terremoto in Emilia, sentendo in TV che l’epicentro era molto superficiale, per qualche secondo mi balenò l’idea che fossimo sotto attacco statunitense (se vi sfugge questo passaggio, buon per voi, vuol dire che avete evitato di perdere tempo leggendo cose tipo HAARP e terremoti artificiali con epicentro poco profondo 😀 ).

Passati quei 5 secondi, tornai in me e decisi che quelle letture stavano cominciando ad alienarmi. Troncai con la controinformazione, di netto, anche aiutato dal fatto che Informazione Scorretta aveva chiuso da poco. Sì, forse quella sarebbe stata l’unica fonte che mi sarebbe mancata. Infatti, nonostante qualche discesa di troppo nel complottismo, mi aveva comunque aperto gli occhi sulla geopolitica, sul mercato del petrolio, sulle crisi a W, sulla finanza speculativa (in particolare, naked CDS) e sui false flag. In ogni modo, per un ingegnere informatico come me, che al massimo aveva fatto un micro-corso di due mesi, all’università, imparando concetti iper-elementari di macroeconomia e di analisi degli investimenti, stare appresso a tutte quelle informazioni, verificare le fonti, filtrare ed elaborare una visione sensata richiedeva troppo tempo. Inoltre, stando a contatto con una percentuale alta di frescacce, a fronte di una quantità piuttosto ridotta di informazioni verosimili, si stavano comunque facendo largo i germi del complottismo becero. Insomma, il gioco non valeva la candela e richiedeva anche troppo tempo per essere giocato.

Fu inevitabile, comunque, pensare alla montagna di articoli e post che avevo letto, nonché alla quantità enorme di persone che, insieme a me, si era nutrita di quei concetti, applicandovi però molto meno spirito critico. Fu inevitabile pensare a quanta fatica avrebbe fatto, il mio amico esperto, se avesse ipoteticamente deciso di tirar fuori dal complottismo tutti quegli altri fruitori. Pensai a quanto sarebbe stato complicato fornire risposte esaustive e corrette nello stesso linguaggio semplice della controinformazione. Pensai alla lunghezza enorme degli articoli o dei post che ne sarebbero derivati. Infine, pensai a quelli che non gli avrebbero creduto per partito preso.

Pochissimi mesi dopo, un altro mio amico mi fece leggere l’articolo che, per me, segnò l’acquisizione di un nuovo livello di consapevolezza riguardo lo stato dell’informazione in internet. L’originale non si trova più ma, per fortuna, è stato copiato ed incollato integralmente da più parti. In pratica, metteva in forma organica quei pensieri un po’ scomposti che avevano seguito l’abbandono della controinformazione e che ho elencato sommariamente nell’ultimo capoverso. Visti lo stile di scrittura, i riferimenti tecnici e quella particolare goliardia nel lessico che mi ricorda l’università, direi che è opera di un ingegnere, e si chiama “La teoria della montagna di merda”.

Se non ne avete mai sentito parlare, vi consiglio fortemente di leggerlo, perché vi regala una consapevolezza nuova sulle reali possibilità e capacità di informarsi che abbiamo, spingendovi a diffidare definitivamente di semplificazioni, divulgazioni e, in generale, di tutto ciò che parla di temi complessi ma che vi viene reso comprensibile al volo.
Buona lettura: http://www.blogzero.it/2014/11/10/la-teoria-della-montagna-di-merda/

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Come funziona il filtro di Facebook per scegliere i contenuti da mostrarci, e come ne risentono i nostri status

Tra Luglio ed Agosto 2014, sono stati pubblicati i risultati di due esperimenti, uno tecnico e uno sociologico, condotti su Facebook. Il primo, perfettamente riproducibile ma condotto soltanto su un profilo di prova, è più un’osservazione interessante che un esperimento vero e proprio. Il secondo, invece, è uno studio con tutti i crismi, che soddisfa i vincoli di riproducibilità e ampiezza del campione.

  1. Esperimento tecnico: come Facebook sceglie i contenuti da mostrare nella home
  2. Esperimento sociologico: come i nostri status vengono influenzati dagli status altrui
  3. Giocare con il filtro di Facebook

 

1. Esperimento tecnico: come Facebook sceglie i contenuti da mostrare nella home

Come tutti quanti si saranno accorti, Facebook opera un filtraggio piuttosto massiccio sui contenuti che possono esserci potenzialmente mostrati. E’ un’operazione piuttosto recente: infatti, quando creai il mio profilo, nella primavera del 2011, mi venivano ancora proposti integralmente tutti i post dei miei amici e delle pagine che mi piacevano, a meno di filtrarle manualmente.

Con il desiderio di semplificare sempre di più l’interazione con l’utente, pian piano Facebook ha introdotto meccanismi automatici di filtraggio, basati su ciò che il sito riesce a capire riguardo i gusti dell’utente. Tra l’altro, contrariamente a quanto credono in molti, il fatto di passare dalla modalità “Notizie principali” a quella “Più recenti” NON DISATTIVA il filtro. Semplicemente, modifica l’ordine in cui vengono presentati i contenuti già filtrati.

Come fa Facebook a intuire i nostri gusti? Ovviamente, lo fa analizzando le nostre interazioni, cioè i “Mi piace”, le condivisioni e i commenti. Con questo esperimento, diventano un po’ più chiari i criteri di analisi delle interazioni. In particolare, viene mostrato come la selezione che viene fatta su Facebook web sia diversa da quella che viene fatta su Facebook mobile. A quanto pare, infatti, la versione mobile è ritenuta molto più remunerativa, quindi contiene molti più link sponsorizzati e molti più contenuti di aziende alla cui pagina abbiamo messo “Mi piace”.

A questo punto, però, basta con le presentazioni. Eccovi il procedimento dettagliato e risultati dello studio: http://dailystorm.it/2014/08/14/l-esperimento-facebook-accade-se-mettete-mi-piace-tutto/

 

2. Esperimento sociologico: come i nostri status vengono influenzati dagli status altrui

Si dice che pubblicare aspetti della nostra vita privata sia dovuto, in modo più o meno inconscio, alla necessità di soddisfare una certa dose di narcisismo e alla necessità di generare approvazione (o invidia). Ironia e commenti più o meno seri su “quanto sembri bella la vita altrui, su Facebook” sono all’ordine del giorno.

Pensandoci un attimo, però, in questo ambito, non ci sono molte differenze tra Facebook e vita reale. Anche nella vita reale, ci sono differenze e, soprattutto, omissioni sostanziali tra ciò che accade e ciò che raccontiamo. Inoltre, se ci viene raccontata una vicenda a lieto fine, il fatto che essa ci susciti gioia o invidia dipende da noi e dal rapporto che abbiamo con il protagonista della vicenda. Non faccio molta fatica ad immaginare che la stessa dinamica si riproponga su Facebook.

Di conseguenza, fare studi sul fatto che certi contenuti suscitino invidia o approvazione lascerebbe il tempo che trova. Molto più interessante, invece, studiare qualcosa di più tangibile, cioè la quantità di reazioni osservabili, tralasciando per un attimo il sentimento che le genera. Quando si ragiona sui grandi numeri, infatti, soprattutto quando c’è un discorso economico alla base, l’azione indotta (eventualmente remunerativa) è molto più importante del sentimento con cui viene compiuta.

Il risultato di questo esperimento (perché, lo ricordo, è un esperimento con tutti i crismi) evidenzia che le reazioni della nostra audience sono molto più orientate all’empatia che al contrasto. Sottoporre gli utenti a status con sentimenti positivi indurrà quegli utenti a pubblicare status positivi, e viceversa.

Facebook stessa ha condotto questo esperimento, selezionando dei profili e modificando, solo e soltanto per loro, il meccanismo di selezione dei contenuti da mostrare (operazione pienamente permessa dai Termini e Condizioni di Facebook). I risultati sono tra l’affascinante e l’inquietante: http://dailystorm.it/2014/07/05/lesperimento-di-facebook-emozioni-contagiose-e-utenti-ingenui/

 

3. Giocare con il filtro di Facebook

L’aspetto interessante dei meccanismi proposti è che possiamo giocarci noi stessi. Con un’estensione di Chrome, FB Mood Manipulator, che si poggia sullo stesso meccanismo di filtraggio di Facebook, possiamo impostare un “mood” finto e sperimentare i comportamenti del servizio: http://dailystorm.it/2014/07/26/facebook-mood-manipulator-decidi-tu-lumore-tuo-news-feed/

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HeartBleed: origine, spiegazione e rimedi

Logo di heartbleed

HeartBleed logo

In questi giorni, è stata diffusa la notizia della presenza di una falla di sicurezza nel meccanismo di crittografia più diffuso al mondo, cioè OpenSSL. La falla si chiama HeartBleed e, vista la gravità, è stato anche creato un sito omonimo: http://heartbleed.com/

Gli informatici con nozioni di crittografia possono saltare direttamente alla sezione Descrizione della falla di sicurezza.

OpenSSL viene usato ovunque nel mondo e, soprattutto, in quasi tutti i casi in cui è richiesta crittografia: in particolare, viene usata nell’HTTPS, cioè il meccanismo con cui viene criptato l’accesso alle pagine web. Se ci fate caso, buona parte delle pagine di login (Google, Facebook, Windows Live e simili) hanno un indirizzo che inizia con https:// . Ecco, questo vuol dire che il vostro browser, nel connettersi a quella pagina, sta usando HTTPS.

Anche chi scarica la posta con Outlook o Windows Mail, spesso, usa SSL. Molti provider di posta moderni, infatti, richiedono che Outlook/Windows Mail scarichi ed invii la posta crittando il traffico.

Anche quelli più fissati per la navigazione criptata, volenti o nolenti, usano SSL. La rete Tor, quella su cui si poggia il famoso TorBrowser, è costituita da collegamenti criptati con questa tecnologia.

Ma che cos’è in pratica, HeartBleed?

Brevissimi cenni di crittografia

Prima di spiegare conseguenze e rimedi della falla, spiego molto brevemente cos’è la crittografia.

Tutte le informazioni manipolate dai sistemi informatici sono dei numeri, anche quando sono in chiaro. Sì, magari noi le vediamo come immagini e caratteri alfabetici. Di contro, “lì sotto”, ci sono sempre e solo numeri.

Cosa vuol dire, in pratica, criptare una di queste informazioni? Vuol dire:

  • prendere il numero corrispondente;
  • elevarlo ad un certo esponente (chiamato chiave pubblica);
  • dividere il risultato per un certo numero, uguale per tutti.

Il resto di questa divisione è l’informazione criptata.

Cosa vuol dire decrittare? Vuol dire:

  • prendere il resto di prima, cioè l’informazione criptata;
  • elevarlo ad un altro esponente (chiamato chiave privata), avente determinate relazioni matematiche con l’esponente di prima;
  • dividere il risultato per lo stesso numero di prima;
  • prendere il resto.

Se le proprietà matematiche sopra citate sono soddisfatte, il resto di quest’ultima divisione è esattamente il numero originale (cioè l’informazione originale).

La sicurezza di tutto questo meccanismo sta nel fatto che, anche se la chiave pubblica è nota, calcolare la chiave privata, cioè il numero che soddisfa le proprietà matematiche sopra citate, richiede qualche anno di calcoli, rendendo obsolete le informazioni criptate raccolte nel frattempo. Questo fatto, in realtà, mi porta ad aprire una parentesi, che chiuderò immediatamente: per quanto tempo desidero che una certa informazione privata o personale rimanga riservata? Pochi mesi? Pochi anni? Tanti anni? Dalla risposta, dovrebbe conseguire una politica di rinnovamento chiavi e/o password con tempistiche appropriate. Fine parentesi.

Tornando al discorso originale: quando una compagnia mette in piedi un sito o un servizio, e desidera criptare il traffico, non può scegliere due esponenti a caso ed usarli come chiavi. Deve rivolgersi ad un’autorità di certificazione, cioè una società esterna, che:

  • generi la coppia di chiavi, chiamata certificato;
  • dichiari di essere l’emettitrice della coppia di chiavi;
  • si faccia garante del fatto che, ad una certa chiave pubblica, corrisponde la società che vuole criptare il sito/servizio.

 

Funzionamento normale di una connessione HTTPS

Il contenuto di questa sezione può essere esteso, a parte pochi dettagli, a tutti i casi in cui è solo il server a dover dimostrare la propria identità.

Per spiegare bene ciò che intendo, faccio sempre l’esempio della pagina di login, che tipicamente è raggiungibile ad un indirizzo che inizia per https:// (ad esempio, https://www.facebook.com ).

Quando mi connetto ad https://www.facebook.com, il fatto usare OpenSSL per connettermi ad un sito per il quale è stato richiesto un certificato mi dà la garanzia che io mi sto connettendo realmente al server di Facebook, e non a qualcun altro che ne ha rubato l’identità.

Di contro, il server di Facebook non sa nulla di me. O meglio, sa qualcosa di me solo dopo che mi sono loggato. In un meccanismo di mutua autenticazione, invece, il server di Facebook sarebbe in grado di identificarmi (o meglio, identificare il mio computer) già prima che io mi logghi, con la certezza ragionevole (vi rammento la riflessione sulla politica di cambio chiave/password periodica) che si tratti esattamente del mio computer, e non un dispositivo che ne mima il comportamento.

La tipica connessione HTTPS, però, come dicevo, fa parte del primo tipo di connessione: solo il server garantisce la propria identità, mentre sul client non si sa nulla. Ora, cosa accade?

Nel momento in cui, nell’indirizzo, c’è scritto https://, il mio browser sa che, prima di contattare il sito, deve aprire una connessione SSL. Di conseguenza:

  • il browser apre la connessione SSL;
  • il server, per farla semplice, risponde con la chiave pubblica e con l’identificativo dell’autorità di certificazione;
  • il browser riconosce l’identificativo dell’autorità di certificazione, quindi si fida della chiave pubblica ottenuta, e può prendere per certo il fatto che sta parlando realmente con Facebook;
  • Di conseguenza, comincia a chiedere i contenuti del sito. Non lo fa, però, in chiaro. Ogni richiesta viene criptata usando come esponente la chiave pubblica del server. Tra le richieste ci sono, ad esempio, quella di mostrare l’home page, tipicamente corredata da username e password del richiedente;
  • il server riceve le informazioni criptate e le decritta con la chiave privata. Se sono username e password, e se il browser ha richiesto l’home page, il server risponde con la home page del servizio. Non mi dilungo sul modo in cui viene criptata la risposta.

Meccanismo di Heartbeat

Mentre noi utenti leggiamo la home page del servizio, smettiamo di inviare richieste al server. La connessione SSL alla base, invece, nella maggior parte dei casi, è configurata per rimanere sempre attiva. Di conseguenza, in assenza di click dell’utente, il browser invia dei pacchetti, per due motivi:

  • per assicurarsi che il server sia ancora “vivo” e
  • per dire al server che anche lui è ancora pronto a connettersi.

Questo meccanismo, chiamato “Heartbeat” (battito cardiaco), consiste nell’invio di “parole” casuali al server. Il server, se è “vivo”, risponde con la stessa parola, a mo’ di eco. Ad esempio, il browser invia la parola “ehi”. La richiesta reale assomiglia più a qualcosa del tipo: (“ehi”, 3), dove “3” è la lunghezza della parola inviata. Il server, quindi, se è “vivo”, risponde con (“ehi”, 3).

Non mi dilungo sul motivo tecnico per cui è necessario specificare la lunghezza della parola. E’ roba per informatici come me, ai quali consiglio questo link, che riporta appieno le spiegazioni tecniche del bug: http://blog.cryptographyengineering.com/2014/04/attack-of-week-openssl-heartbleed.html

Descrizione della falla di sicurezza

Il client chiede al server di ripetere una parola, indicandogliene anche la lunghezza. Se, però, la lunghezza indicata è maggiore della lunghezza reale, il server risponde con la parola, più il contenuto dell'area di memoria contigua, fino al raggiungimento della lunghezza indicata

Spiegazione HeartBleed

In che cosa consiste la falla di sicurezza? Il fumetto precedente, raggiungibile a questo link ( http://m.xkcd.com/1354/ ) è estremamente esplicativo; in ogni caso, a scopo di massima chiarezza, vi accompagno nella lettura.

Il trucco, purtroppo banale, consiste nel chiedere al server una parola e di specificare una lunghezza più alta del reale. Ad esempio, gli chiediamo (“ehi”, 640). Così facendo, il server comincia a “parlare troppo”.

Cosa vuol dire “parlare troppo”? Quando il server riceve la parola da ripetere, la posiziona in una zona della sua memoria, in attesa di ripeterla al client. Se viene indicata una lunghezza maggiore del reale, il server invia al client la parola, più il contenuto della porzione di memoria contigua, fino al raggiungimento della lunghezza indicata (con un valore totale massimo di 65535).

Cosa c’è in questa memoria contigua? Non lo si può sapere a priori, perché OpenSSL supporta 70 piattaforme diverse, ed ognuna gestisce la memoria in modo diverso.

Nella peggiore delle ipotesi, in quella porzione di memoria sono salvate la chiave pubblica e la chiave privata del server.

Di conseguenza, il client si vede arrivare l’informazione più preziosa e riservata di quel server, cioè la chiave privata. Questa fuoriuscita è talmente grave da indurre gli scopritori a chiamare il bug “HeartBleed” (storpiatura di “Heartbeat”), cioè “emorragia cardiaca”.

Domanda da programmatore (non-programmatori, potete saltare questo pezzo a pié pari): ma in una situazione del genere, non dovrei vedermi sbattere in faccia un bel segmentation fault, come succede a me ogni volta che sbaglio a gestire la terminazione di stringa? Domanda sensatissima. La risposta la dà Theo de Raadt qui: http://article.gmane.org/gmane.os.openbsd.misc/211963.
Come si vede, OpenSSL wrappa la malloc(), a causa della cattive performance di questa chiamata di sistema su alcune piattaforme, disabilitandone anche il bound control e, in generale, il controllo sulle porzioni di memoria allocata.

Conseguenze

Quali sono le conseguenze?

Un client in possesso della chiave privata di un server è in grado di decrittare tutte le comunicazioni in entrata a quel server.

La cosa peggiore è che una falla del genere non lascia traccia. Vale a dire, non c’è modo di sapere se un server ha subito questo prelievo di informazioni.

Di conseguenza, l’unica politica di sicurezza degna di questo nome è assumere che tale prelievo sia avvenuto e che ci sia qualcuno in grado di decrittare i nostri messaggi.

Rimedi per chi gestisce dei server

Anche se non siete gestori di server, ma semplici utenti, leggete lo stesso, perché così capite quali sono i doveri di chi gestisce le vostre informazioni private e i vostri account.

Qual è il rimedio?

Per quanto riguarda le vecchie informazioni transitate, una politica seria di sicurezza impone al gestore di assumerle già decriptate e “rubate”. Di conseguenza, non possono più essere sottratte all’eventuale “spione”.

Per quanto riguarda le informazioni che transiteranno in futuro, invece, ci si può tutelare.

Aggiornamento di OpenSSL

Il primo passo è installare l’aggiornamento OpenSSL sul server, per la precisione la versione 1.0.1g.

Non appena è stata individuata questa falla, infatti, gli sviluppatori di questa libreria hanno provveduto a “tapparla”, rilasciando immediatamente l’aggiornamento. Installare l’aggiornamento di OpenSSL, quindi, mette i gestori di server al riparo da futuri prelievi di chiave. Di contro, se la chiave è stata già prelevata, come bisogna assumere in una politica di sicurezza degna di questo nome, il traffico del server è ancora spiabile.

Revoca vecchio certificato e richiesta nuovo certificato

Una volta tappata la falla, quindi, bisogna cambiare chiave privata, in modo da criptare il traffico con un altro esponente, impedendo all’eventuale “ladro di informazioni” di spiare il server con la vecchia chiave privata.

Nella pratica, “cambiare chiave” equivale a:

  1. Rivolgersi all’autorità di certificazione;
  2. Revocare il vecchio certificato, cioè dichiarare invalida la vecchia coppia <chiave pubblica, chiave privata>;
  3. Richiedere un nuovo certificato, cioè una nuova coppia di chiavi;
  4. Installare sul server il nuovo certificato

Rimedi per gli account personali

Finora ho parlato di chi gestisce. Cosa deve fare, invece, colui che ha un account da qualche parte, sia esso di Google, di Twitter, di Facebook, di gioco, e chi più ne ha più ne metta?

Ogni singola persona, infatti, per tutelarsi, dovrebbe applicare a se stessa una politica di sicurezza come quella indicata.

Se ci fate caso, quasi tutti i siti su cui ci logghiamo hanno una schermata di login protetta con HTTPS. Di conseguenza, anche loro, molto probabilmente, sono stati soggetti all’attacco HeartBleed. Anzi, più informazioni critiche/private contengono, più è facile che siano stati attaccati. Di conseguenza, come abbiamo detto nella sezione dei server, in assenza di tracce di intrusione, bisogna assumere che quei servizi siano stati attaccati.

Quindi:

  1. in prima battuta, bisogna informarsi per capire se i gestori dei servizi presso cui abbiamo un account hanno già provveduto ad aggiornare l’infrastruttura di crittografia;
  2. poi, visto che, tra le informazioni che potrebbero essere state spiate grazie alla falla, potrebbero esserci le nostre password:
    1. se i gestori del servizio non hanno aggiornato i server, bisogna disattivare l’account, per evitare qualsiasi uso indesiderato;
    2. se, invece, i gestori del servizio hanno aggiornato i loro server, bisogna cambiare la password del proprio account su quel server.


Nel caso di modifica della password, questa può essere l’occasione per abituarsi ad un meccanismo di login ancora più sicuro: l’autenticazione in due passi.

Io la uso ovunque essa sia a disposizione: consiste nel loggarsi normalmente, con username e password e poi, su richiesta del sito, inserire un codice di conferma, che viene inviato per SMS, o che viene fornito da un’app di autenticazione da installare sul proprio smartphone. Quest’app si chiama Authenticator, almeno per i dispositivi con Android e può essere usata per securizzare gli account Google, gli account Microsoft, gli account Facebook e, wow, anche l’account WordPress di questo blog. La lista è limitata alle mie sole conoscenze attuali, quindi i servizi securizzabili tramite quest’app potrebbero essere molti di più.

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Stop Vivisection, Stamina e la carenza di una formazione epistemologica diffusa

Il dibattito riguardo Stop Vivisection e Stamina, a cui mi sono interessato piuttosto di recente, mette in luce due carenze formative in larga parte dell’opinione pubblica.

La prima è più generica, e riguarda l’aspetto epistemologico. Il metodo scientifico, in teoria, viene insegnato in tutte le scuole. Inoltre, in tutti i licei dove si studia filosofia, viene affrontato il concetto dell’epistemologia: in questo ambito, vengono inquadrati tutti i filosofi che hanno, con tempo e fatica, formalizzato il metodo scientifico. Nonostante ciò, le persone che, sia in età adulta, sia in età scolare, hanno fatto proprio il concetto di come si costruisca un esperimento e come si validi una teoria sono veramente poche. Ancora di meno sono le persone che sono a proprio agio con i concetti di “ripetibilità dell’esperimento”, “peer review” e “condizioni a contorno”.
La seconda carenza è di natura probabilistica e statistica e, se vogliamo, è anche naturale che sia diffusa, visto che queste materie vengono insegnate con dettaglio sufficiente solo all’università. La probabilità e la statistica inferenziale sono le materie che “forniscono i numeri”, e che permettono di stabilire come e quanto vada ripetuto un esperimento. In questo caso, intervengono i concetti di “numero di osservazioni”, “identica distribuzione” e “livello di confidenza”. Per capirci, questa parte stabilisce i criteri che rendono accettabile l’ambiente in cui si effettuano le osservazioni e indica quante osservazioni vanno effettuate affinché si possa essere sufficientemente certi della non tossicità o non inefficacia di un trattamento.

Senza questa formazione alla base, è normale che manchi piena cognizione di causa sui numeri in gioco. E, senza questa cognizione di causa, è normale non avere idea di quanto costi e di quali siano i numeri dietro un esperimento. E’ altrettanto normale, quindi, non avere idea dello sforzo necessario a circoscrivere le condizioni di validità di un enunciato. Nel caso particolare di Stop Vivisection, ciò si traduce in non avere idea di cosa vuol dire, in pratica, sperimentare direttamente sull’uomo, e quali sono i numeri e i problemi etici in gioco.

Rimaniamo nell’ambito specifico di Stop Vivisection.
Se si prova empatia nei confronti degli animali, è normale desiderare che non finiscano in un laboratorio. La maggioranza di coloro che firmano contro la sperimentazione animale è composta proprio da persone caratterizzate da un sentimento di empatia. Purtroppo, se si arriva a firmare per Stop Vivisection solo sulla base di questa empatia, vuol dire che si è state vittime un ragionamento emotivo, spesso mascherato da ragionamento fintamente razionale, basato su una scarsa conoscenza dei numeri in gioco.
In questa maggioranza, si ritrovano persone di ogni tipo:

  • la persona civile, che firma di impulso, ma che ha la compiacenza di smettere di argomentare, quando si accorge di non conoscere abbastanza l’ambito;
  • la persona fastidiosamente disinformata, che insiste ad argomentare, come se fosse esperta, senza rendersi conto delle imprecisioni sparse nei suoi argomenti, praticamente impossibili da confutare una ad una. Questo è il caso tipico di chi perora l’argomento delle sperimentazioni in vitro che possono rimpiazzare al 100% la sperimentazione animale.
  • la persona demenzialmente complottista, di quelle che dicono che la sperimentazione animale conviene alle case farmaceutiche, quando invece questa, per loro, è un costo non da poco.

Se, poi, si diventa consci di quali sono le conseguenze di rinunciare alla sperimentazione animale, e si “toccano con mano” i numeri (e già qua si finisce in una minoranza), le strade sono due:

  • ci si accontenta del male minore, come hanno fatto le associazioni animaliste serie con l’accordo delle 3R;
  • si arriva a dire che si rinuncia al progresso, perché la vita di “n” persone non vale quella di animali usati per la sperimentazione.

Quest’ultima frangia è la più pericolosa, perché è composta da quell’animalismo militante, a tratti misantropico, che oscilla tra “non abbiamo il diritto di maltrattare animali per il nostro vantaggio” a cose tipo “gli animali sono esseri migliori degli uomini”. Qui si mischiano disinformazione a, invece, cognizione di causa accompagnata da idee aprioristiche sul rapporto tra noi e la natura. Tipicamente, a questa frangia appartengono gli attivisti, i vandali che fanno irruzione nelle strutture di allevamento e sperimentazione, nonché coloro che costituiscono la base di opinione per la proposizione di leggi.

Sia che si tratti di persone disinformate, sia che si tratti di attivisti, sono persone che mettono a repentaglio la salute della specie umana. Per questo motivo, il mio istinto di sopravvivenza mi porta a non sentire affatto il bisogno di essere tenero nei loro confronti.

Nel primo caso, mi viene da invitarle, anche con un certo vigore, a costruirsi una cognizione di causa prima di firmare o parlare. Questo è il motivo per cui ritengo i medici un avamposto di formazione scientifica del paziente, e non troverei affatto scandaloso se appendessero presso i loro studi/ambulatori un manifesto tipo quello in foto.

Perché, checché se ne dica, non tutte le opinioni hanno pari dignità. Il discrimine non è nel contenuto, ma nel percorso di con cui si sono formate. Non tutti i percorsi di formazione sono epistemologicamente sensati, quindi non tutti i risultati sono degni della stessa considerazione. Una formazione epistemologica degna di questo nome, se fosse diffusa, aiuterebbe parecchio e toglierebbe di mezzo un po’ di buonismo lì dove causa più danni che benefici.

Nel secondo caso, si tratta di persone che vanno rese inoffensive con la forza dei numeri. Nella pratica, si tratta di creare anticorpi culturali diffusi, per cui vengano immediatamente identificati come persone un po’ disadattate e un po’ disamorate del genere umano, e non venga data loro troppa attenzione.

Ora, una formazione del genere, che, ripeto, è soprattutto epistemologica, perché riguarda i fondamenti del metodo scientifico, dovrebbe essere già diffusa. Il motivo è che siamo in un Paese dove, per parecchi anni, la maturità scientifica è andata letteralmente “di moda”. Invece, è estremamente raro che la scuola formi a dovere. Spesso, per esperienza, non è nemmeno colpa della qualità dell’insegnamento; di solito, è colpa della qualità dello studio, troppo bassa per far tesoro di ciò che si sta apprendendo e costruire un’occasione di formazione.

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